Giuseppe Guglielmino, il "re Mida" dei Cappello: confiscato tesoro da 12 milioni

Era il braccio commerciale del clan. Con le sue aziende, che si occupano di raccolta rifiuti, era penetrato sino in Calabria e in Campania

Con il sequestro disposto dal tribunale di Catania è stata scritta la parola fine alla parabola criminale ed economica di Giuseppe Guglielmino, pregiudicato e al momento detenuto, che era una delle punte di lancia del clan Cappello.

Il sequestro dei beni, del valore catastale (quindi con un valore economico molto più ingenti) di circa 12 milioni di euro, è arrivato dopo la confisca effettuata dalla questura etnea nel 2017. Gli uomini della divisione anticrimine e della mobile avevano lavorato in sinergia per scandagliare la "grande fortuna" economica di Guglielmino.

Una fortuna che, con il sequestro, passerà nelle mani dello Stato. A illustrare i dettagli del sequestro del "piccolo impero economico" confiscato il questore Mario Della Cioppa e il dirigente della divisione di polizia anticrimine Ferdinando Buceti.

La confisca

Per il questore la confisca "rappresenta un punto finale di un percorso e l'inizio di un nuovo ciclo". Quest'ultimo ha preso le mosse dagli incontri che proprio il questore ha avuto con il procuratore Zuccaro.

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Complessivamente, con la confisca di oggi e il sequestro operato ieri nell'area di Adrano, sono stati "congelati" al crimine 28 immobili, 16 auto, 9 imprese per un totale di circa 13,5 milioni.

Per Guglielmino la confisca è scattata per un ingente patrimonio che comprende aziende come la Geo Ambiente, con sedi decentrate anche in Calabria, la Consulting Business, la Clean Up, la Eco Logistica Srl, la Eco Business Srl, la Work Uniform Srl.

Oltre alle aziende, attive perlopiù nel settore dei rifiuti, Guglielmino aveva investito anche in immobili, anch’essi passati nella piena proprietà dello Stato. Si tratta di quattro unità immobiliari a Catania, due a Fiumefreddo di Sicilia e una a Bronte. In più la cosca aveva a disposizione un nutrito e variegato parco auto, anch'esso confiscato: un’Audi S3 1.8 Turbo, due Daimler Chrysler, un’Alfa Romeo, una Mercedes, una Fiat Uno, due autocarri (Peugeot e Fiat), un autocarro Unic 190 e due Fiat 500. Questo patrimonio, da adesso, sarà gestito da un amministratore giudiziario.

Chi è Giuseppe Guglielmino

"Abbiamo individuato e isolato uno degli esponenti di primo piano del clan Cappello. Ha una caratura criminale importante ed è cugino di Michele Guglielmino, già colpito da un maxi sequestro". Con queste parole il dottor Buceti, della divisione anticrimine, ha tratteggiato il profilo di Giuseppe Guglielmino.

Video | L'impero economico confiscato

Un imprenditore rampante, specie nel settore dei rifiuti, e descritto come "socialmente pericoloso e abitualmente dedito a traffici illeciti, chiaramente organico al clan Cappello e distintosi per la capacità di inserirsi in vari settori dell’economia" scrivono gli inquirenti.

Video | L'intervista al dottor Buceti

Talmente spregiudicato che - oltre ad annoverare appalti e lavori in diversi comuni siciliani - si è spinto sino in Calabria e in Campania con l'aiuto del clan Cappello e i contatti stabiliti con altre "famiglie" alleate in quei territori.
Inoltre, attraverso il reimpiego di denaro provento delle attività illecite, Guglielmino era attivo nell’acquisto di beni e nella costituzione di imprese commerciali a lui riconducibili. Andava direttamente a trattare con gli esponenti dei clan di Caserta e Marcianise, forte del sostegno della mafia etnea.

Un "cancro" per l'economia sana

La presenza delle società di Guglielmino nel delicato e redditizio settore dei rifiuti rappresentava una vera e propria distorsione del mercato. L'uomo dei Cappello, infatti, riusciva a vincere le gare offrendo ribassi molti cospicui, anche del 6-7%, recuperano con estorsioni e altre attività criminali il denaro.

"La confisca - ha commentato il dottor Buceti - è un segnale alla economia sana, onsesta e lealte che è costretta a confrontarsi con soggetti che operano in regime di slealtà. La libera concorrrenza è così falsata da soggetti che si avvalgono della forza intimidatrice".

Infatti una delle minacce intercettate nelle conversazioni tra i sodali del clan è un inequivocabile "ci facemu dannu", a chi non lasciava la strada spianata.

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