"La caduta di Gheddafi e il caos tra migrazioni, Ong e business"

Intervista al giornalista di guerra Fausto Biloslavo che ha raccontato, nel corso degli anni, le vicende della Libia e le conseguenze nefaste della caduta del "colonnello" e che hanno portato migliaia di migranti verso le nostre coste

Trent’anni di giornalismo. In prima linea. E’ quello che ha fatto Fausto Biloslavo nel corso di tutta la sua carriera seguendo i conflitti che si sono sviluppati in diverse parti del mondo, andando nei fronti più caldi dove di inviati ce n'erano pochi, raccontando storie di coraggio e di resistenza, mostrando l’altra medaglia della realtà riuscendo ad andare oltre il “frame” proposto dai grandi media.

Biloslavo, giornalista triestino, ha seguito sin dagli anni ‘80 diversi conflitti con gli amici Gian Micalessin e Almerigo Gliz, tragicamente scomparso durante un reportage in Mozabico e primo cronista italiano a cadere su un fronte di guerra dopo i conflitti mondiali. Dal Libano nel 1982, quando fu l’unico a fotogragare la fuga del leader palestinese Arafat, sino all’Afghanistan – dove fu tenuto prigionerio per sette mesi – passando per la Jugoslavia, il Ruanda e la Libia.

In particolare Biloslavo ha vissuto l'epicentro e l'evoluzione della crisi libica del 2011 che ha portato alla destituzione e alla morte di Gheddafi e alla conseguente, e perenne, instabilità del paese con pesanti conseguenze per l’Italia, Specie la Sicilia ha dovuto fronteggiare un’ondata migratoria massiccia, con il Mediterraneo divenuto, purtroppo, un cimitero a cielo aperto. Abbiamo intervistato il reporter di guerra margine della manifestazione Libropolis, durante la quale ha presentato il graphic novel "Libia Kaputt" che racconta, per l’appunto, lo scenario della crisi libica.

- Lei è stato l’ultimo giornalista italiano ad intervistare Gheddafi, Sembra quasi un'intervista - testamento del leader libico. Quale ricordo ha di quel momento e quale clima si era creato attorno al “colonnello”, visto che tutte le potenze hanno spinto per la sua destituzione per riportare la “pace” in Libia. Perché non si era percepito lo scenario che si sarebbe presentato dopo?

“Ricordo, ancora oggi con stupore, quando facevo i collegamenti dalla Libia  – dove ho vissuto l’intero periodo della rivolta e i suoi sviluppi – con le televisioni nazionali e in studio vi erano ministri, giornalisti e grandi esperti che sostenevano la necessità di intervenire per riportare democrazia e perché vi era la primavera araba. Io che alzavo il dito dicendo se ne fossero proprio sicuri venivo visto come un pazzo. E’ successo otto anni fa. Adesso tutti dicono che fu un errore abbattere Gheddafi".


- E’ stato recentemente in Libia, qual è la situazione?


“Il risultato di quell’operazione lo pagano sulla loro pelle I libici con un paese nel caos dopo otto anni, con Tripoli che è un campo di battaglia e anche noi con diversi problemi di riflesso, perfettamente previsti da Gheddafi nel corso dell’intervista che rilasciò a me prima dei bombarmenti Nato. Come se avesse la sfera di cristallo mi chiese se eravamo sicuri di perdere I nostri interessi energetici in Libia, cosa che poi è avvenuta, se eravamo sicuri di voler portare alle porte del Mediterraneo lo Stato Islamico, i terroristi e oltre un milione di persone provenienti dall’Africa. Ne sono arrivate ottocentomila: si è sbagliato di poco. E aveva previsto anche la sua morte in Libia. Ci aveva detto tante verità e ci aveva messo sull'avviso e nessuno lo ha ascoltato".


- Nei suoi articoli sulla questione migratoria definisce I rappresentanti delle ong come “i talebani dell’accoglienza”, perché?


“Ho conosciuto grandi ong come, ad esempio, Msf che operava in Cambogia dove non c’era davvero nulla e altre Ong che fanno cose egregie e lodevoli in giro per il mondo. Sulla vicenda dei migranti uso questo termine per sottolineare un estremismo buonista e umanitario che non si rende conto delle realtà e del fatto che l’Italia non può accogliere tutti. Buona parte di coloro che vengono soccorsi sono migranti economici che non hanno diritto di asilo e alcune Ong, come quelle tedesche, hanno posizioni estremiste, da irriducibili, sono come dei pasdaran. Per cui il concetto di fondo è "porte aperte" e niente confini, con tutta l'Europa aperta. Però il primo paese d'arrivo è il nostro e non possono sostituirsi o essere al di sopra degli Stati. Le ong devono essere la nostra coscienza, pungolare gli Stati, aiutare i popoli. Ma aiutare sopratutto in loco. All'inizio sono stato nei primi centri di detenzione in Libia e di ong ce n'erano pochine. Adesso c’è Msf che si sta mobilitando e va meritoriamente nei centri di dentenzione. Inoltre ci sono stati migliaia di rimpatri proprio dai centri di detenzione da parte di Iom, la costola dell'Onu, perché i migranti vivevano in una condizione inumana e sono stati fatti rientrare nei loro paesi d'origine. C'è sempre spazio per l'aiuto umanitario ma cum grano salis e senza pensare che le ong siano al di sopra degli Stati, delle regole o delle leggi".

- Sulla gestione dei flussi migratori alla luce degli accordi tra l’Italia e la Libia con il cambio di governo vi è stata una conseguente mutazione di atteggiamento? Mi riferisco in particolare alle intese con la guardia costiera libica.

“In realtà teoricamente non è cambiato nulla nei rapporti con la guardia costiera libica, che sono gli stessi iniziati dal ministro Minniti con il precedente governo di centrosinistra. Continuiamo ad aiutare la guardia costiera, a fornire motovedette, a essere presenti con una nave della marina che si occupa di rimettere in sesto i mezzi che sono un po' vecchiotti e le motovedette un po' malandante. Inoltre vi è con una sorta di centro attrezzato che aiuta e coordinare le operazioni per  il contrasto all’immigrazione illegale. Al momento è cambiato il fatto che in italia è stata abbandonata la politica dei porti chiusi, ma in Libia non è cambiato nulla".

- Dopo l’inchiesta di Avvenire, da parte di Nello Scavo, sulla presenza in un vertice ufficiale tenutosi al Cara di Mineo, di Bjja, un libico accusato di essere un trafficante di esseri umani, sono arrivate le minacce. Lo stesso Scavo e un’altra giornalista, Nancy Porsia, sono sotto tutela da parte della Polizia. Chi è Bijja e non è strano che si trovasse in quel vertice?

“Io Bija l'ho incontrato in aprile, quando sono andato a seguire la battaglia di Tripoli che era scoppiata da poco. L'ho incontrato sul fronte sud dell'aeroporto e non ha voluto parlare né affrontare il tema scottante dei migranti e i suoi coinvolgimenti. Era lì a combattere con la sua unità perché lui rimane un ufficiale della guardia costiera. In realtà si è schierato contro Haftar e con il governo Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, e stava combattendo al fronte di un'aspra battalgia. Di lui si è detto di tutto e di più e a ragione: era il comandante della guardia costiera di una località a ovest di Tripoli che era un hub di partenza dei migranti. E' stato poi destiuito da comandante, ma è rimasto teoricamente nell'organigramma e pilotava anche le motovedette italiane che abbiamo dato. E' indubbiamente un po' tragicomico che sia stato invitato in italia, dopo che era messo nella lista nera dell'Onu per le collusioni che aveva riguardo il traffico di migranti. Ma non mi stupisce perché sapevo benissimo che in passato si è trattato con gli stessi trafficanti sulla costa della Tripolitana, da Tripoli a Tunisi, per trovare un accordo al fine di cercare di tamponare le partenze dei migranti che erano di oltre 170mila l'anno. La trattativa avveniva con gli esponenti politici, con i sindaci di queste città, a cui l'Italia garantiva progetti economici, come investimenti su strade, fognature, ospedali. A loro volta i referenti politici convincevano i trafficanti a  passare dalla parte del governo. Quindi il giorno prima erano trafficanti, il giorno dopo indossavano una divisa. In Libia c’è questo confine sottile, a volte funzionava, a volte no".

- Il Cara di Mineo è stato al centro di diverse vicende. Giudiziarie, riguardo la corruzione per mettere le mani sugli appalti e riguardo la presenza di una cellula della mafia nigeriana, e di cronaca nera. Fu un errore, da parte dell'allora ministro Maroni, aprirlo?

"Non conosco nei dettagli le vicende del Cara ma l'impressione è che una migrazione incontrollata è stata una grande opportunità per tanti, una grande opportunità di business. Il governo precedente ha molto ridotto gli introiti per i centri di accoglienza ed è indubbio che in questi anni l'immigrazione sia diventata una Spa per alcune onlus. Molte associazioni umanitarie hanno fiutato gli affari spesso sulla pelle degli stessi migranti, con casi in cui erano costretti a mangiare malissimo perché si lucrava anche sui soldi dei pasti. Su queste nefandezze bisogna alzare il velo".
 

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