Inchiesta "Viceré", scarcerato Alberto Caruso esponente del clan Laudani

Il pluripregiudicato è fratello del noto collaboratore di giustizia Giuseppe Laudani e figlio naturale di Gaetano Laudani ucciso nel 1992

Torna a piede libero Alberto Caruso, pluripregiudicato con precedenti per associazione mafiosa clan Laudani con ruolo di capo e promotore. Dopo la revoca della misura della sorveglianza speciale avvenuta il maggio scorso, oggi la prima sezione penale della Corte di Appello di Catania ne ha deciso la liberazione. Caruso - difeso dagli avvocati Alessandro Coco e Maria Caltabiano - è fratello del noto collaborante di giustizia Giuseppe Laudani e figlio naturale di Gaetano Laudani (ucciso nel 1992), ed era detenuto presso il carcere di Voghera dal 10 febbraio 2016 dopo essere stato arrestato tratto nell’ambito dell’operazione denominata “Vicerè”. Già condannato in passato più volte per molteplici delitti (associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, svariate rapine e detenzione di armi), nell’inchiesta “Vicerè” è imputato per associazione mafiosa (clan Laudani con ruolo verticistico) e ben 7 estorsioni. In primo grado, con rito abbreviato, era stato condannato a 13 anni di reclusione, confermando la sua preminenza all’interno dell’associazione Laudani, ma assolto da 4 delle 7 estorsioni contestate.

Il processo d'appello

Con il processo di appello, i difensori hanno rinunciato ai motivi di gravame e il Procuratore Generale ha richiesto per Caruso la condanna alla pena di anni 15 e mesi 10 di reclusione, ritenuta la continuazione con le precedenti sentenze. Inoltre, la Pubblica Accusa ha richiesto l’assoluzione del Caruso per una delle tre estorsioni per cui aveva riportato condanna in primo grado. A fronte di tutto ciò, La Corte di merito etnea ha accolto l’istanza del collegio difensivo del Caruso Alberto, scarcerandolo. Inizialmente, il 3 Luglio scorso, la stessa istanza era stata rigettata dai giudici. La difesa, tuttavia, ha proposto appello al Tribunale della Libertà che il 14 novembre scorso ha annullato l’ordinanza rinviando tutto alla prima sezione penale della Corte di Appello, accogliendo i rilievi della difesa. "Per i non addetti ai lavori - commentano i legali di Caruso - quando emergono elementi di novità in favore dell’imputato, sottoposto a misura cautelare personale, il giudice, se richiesto dalla difesa, è obbligato ad espletare l’interrogatorio (di garanzia) dell’accusato per vagliare la persistenza dell’esigenze cautelari, alla stessa stregua di quando avviene al momento dell’inizio dell’esecuzione della misura. La Corte ha dunque disposto l’interrogatorio che si è tenuto ieri 28 novembre, nell’ambito del quale il Caruso ha esposto il grande impegno profuso per essersi concretamente avviato ad un serio percorso rieducativo". Tutto ciò ha portato alla scarcerazione dell’imputato: scrivono i Giudici, “la positiva evoluzione della sua personalità, evoluzione già manifestata con il percorso rieducativo e lavorativo intramurario da tempo intrapreso dall’imputato, supportando fortemente, altresì, la tesi del distacco dal contesto associativo sostenuta nello stesso provvedimento di revoca della misura di prevenzione della sorveglianza speciale”.

"In altre parole - concludono gli avvocati Coco e Caltabiano - Caruso ha dimostrato una condotta, detentiva e processuale, a dir poco eccellente, sicchè non residuano più a suo carico esigenze cautelari 'concrete' e 'attuali'. La decisione della Corte di Appello di Catania fa buon governo delle regole del codice, giacchè la misura cautelare non è una anticipazione di pena e va revocata se non persistono più i presupposti di legge (i gravi indizi di reato e/o le esigenze cautelari). Nel caso di specie, non ricorrevano più oggettive esigenze cautelari nei confronti del Caruso e la Corte di Appello di Catania, dimostrando un grande garantismo ed equilibrio, lo ha pienamente riconosciuto. Non possiamo che essere soddisfatti”.

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