Massoneria: il Gran Maestro Labisi e i rapporti con mafia e servizi segreti

Gli inquirenti ricostruiscono la figura di Corrado Labisi, massone e titolare della casa di cura Lucia Mangano, con contatti nel clan Santapaola-Ercolano e, come lui stesso afferma, con il Ministero della Difesa. A cui avrebbe chiesto di "far saltare le teste degli investigatori", una volta appreso dell'indagine su di lui

L'accusa, secondo la Procura della Repubblica di Catania, è quella di distrazione di fondi regionali per la gestione di un istituto di cura per anziani e disabili, provocando un buco di 10 milioni di euro. Nell'operazione 'Giano Bifronte', che ha portato oggi all'arresto di quattro persone non sono contestati reati legati alla mafia. Né, tanto meno, l'appartenenza alla massoneria costituisce fattispecie penalmente rilevanti. Ciò non toglie, come spiegano gli inquirenti, che il principale protagonista della vicenda legata alla casa di cura Lucia Mangano, il Gran Maestro Corrado Labisi, abbia mantenuto 'contatti con il pregiudicato Giorgio Cannizzaro, noto esponente della famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano". 

Un dettaglio che gli inquirenti hanno acquisito grazie alle indagini svolte in due grossi procedimenti che hanno indagato il rapporto tra cosche e massoneria: 'Fiori bianchi' e 'Belfagor'. "La vicinanza tra i due uomini - chiarisce il capo della Dia di Catania, Renato Panvino - è stata anche confermata dalla presenza di Cannizzaro tra le prime file, in chiesa, durante il funerale della madre di Labisi". A lui, la Procura della Repubblica, contesta oggi il reato di associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita di somme di denaro, in qualità di capo, organizzatore e promotore. Per lui il gip del Tribunale di Catania ha disposto la custodia cautelare in carcere.

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I servizi segreti

Ma non solo. Gli uomini della Procura della Repubblica, coordinati dal procuratore capo Carmelo Zuccaro, hanno messo in risalto anche i collegamenti che Labisi avrebbe intrattenuto con "esponenti di primissimo piano", anche provenienti dal mondo delle istituzioni. Tra questi, nel corso delle intercettazioni che hanno confermato i sospetti degli investigatori, compare anche una persona, definita "amico" di Labisi, "appartenente ai servizi segreti e, in particolar modo, al Ministero della Difesa", come spiega il pm Carmelo Zuccaro in conferenza stampa. Rivolgendosi a quest'ultimo, Labisi, una volta appreso delle indagini sulla casa di cura da lui gestita, avrebbe detto "dobbiamo capire a 360° se c'è qualcuno che deve pagare perché questa è la schifezza fatta a uno che si batte per la legalità...vediamo a chi dobbiamo far saltare la testa".

"Il riferimento - aggiunge il sostituto Fabio Regolo - è chiaro: sta parlando degli inquirenti che indagano su di lui, cercando di capire in che modo intervenire per frenare o, addirittura, bloccare del tutto l'inchiesta". Richiesta alla quale, come spiega ancora il sostituto procuratore, "da parte del soggetto del Ministero non arrivano parole di distacco rispetto alle affermazioni di Labisi". Un'operazione non riuscita, tuttavia, come conferma anche Zuccaro: "Nonostante questa forma di richiesta di interessamento, come potete vedere - afferma il procuratore - gli uomini della Dia hanno avuto pieno mandato dalla Procura per proseguire, arrivando in pochi mesi alla richiesta di misure cautelari".

Il Giano Bifronte

Quello descritto dagli inquirenti è un vero e proprio 'Giano Bifronte' - da qui il nome dell'inchiesta - che "se da un lato si opera per costruirsi un'immagine pulita, quella di un soggetto sostenitore di iniziative per entrare nei salotti istituzionali antimafia - aggiunge Renato Panvino - dall'altra sottrae denaro da fondi regionali destinato ai pazienti della propria casa di cura, speso invece per i fini personali della propria famiglia". Labisi era infatti anche presidente di un'associazione, intestata anche al giudice ucciso dalla mafia palermitana Rosario Livatino. I premi in denaro che l'associazione prevedeva per uomini e donne delle istituzioni che, nel corso del proprio lavoro, si sono distinti per il contrasto alle mafie "venivano anche dalle somme distratte dall'Istituto", aggiungono gli investigatori. 

L'indagine e la genesi

A dare il 'la' all'operazione, come spiega Fabio Regolo, sono stati degli esposti in Procura da parte di alcuni soggetti "all'esito di un'indagine per bancarotta per distrazione, a danno di altri soggetti". Da qui sono partiti i magistrati che sono arrivati a scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora, al cui interno hanno trovato "fatti ancora più gravi di quelli denunciati". Stiamo parlando di operazioni di distrazione dei fondi regionali destinati all'istituto Lucia Mangano - privato con convenzione regionale - per un valore totale di circ 10 milioni di euro. La struttura funzionava insomma come un "bancomat" dal quale la famiglia Labisi, ed in particolar modo Corrado, la moglie Maria Gallo, la figlia Francesca Labisi, ed alcuni collaboratori - Gaetano Consiglio e Giuseppe Cardì - prelevavano denaro per utilizzarlo in modo improprio. A questi ultimi soggetti la Procura contesta infatti il reato di associazione finalizzata all'appropriazione indebita di somme di denaro, ed il Gip ne ha disposto gli arresti domiciliari.

Così come emerso nel corso delle indagini, il trattamento riservato agli ospiti dell’Istituto “Lucia Mangano”, alla luce delle indebite sottrazioni riscontrate, sarebbe stato di livello accettabile, soltanto grazie all’attività caritatevole del personale, e non certamente per la "illecita gestione della famiglia Labisi". Infatti, così come testimoniato da qualche dipendente “se fosse dipeso da loro, si continuerebbe a dare (ai pazienti) latte allungato con acqua, maglie di lana e scarpe invernali nel periodo estivo". Gli stretti collaboratori di Labisi, Gaetano Consiglio e Giuseppe Cardì, erano regolarmente assunti nell’istituto con mansioni differenti da quelle effettivamente svolt: "I due - scrive la Procura - mettevano consapevolmente a disposizione le loro buste paga, dove venivano inserite ad arte voci di costo giustificative delle uscite indebite dell’istituto", un artificio dal quale ottenevano "benefit e premi di produttività per cassa, il cui ammontare variava tra i 500 e 1.500 euro". L'istituo, come ha spiegato in fine Renato Panvino, ha rischiato la chiusura ed il licenziamento di tutto il personale. 

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