La portano in Italia e la costringono a prostituirsi con riti voodoo: arrestati 2 nigeriani

L'hanno attirata e portata via dalla Nigeria con la prospettiva di vita migliore. Una volta arrivata in Sicilia, l'hanno prelevata dal Cara di Mineo per inserirla nel circuito della prostituzione

Doris Osaheruwumen, 28enne nata in Nigeria, detta “Anita” e Godwin Osariemen, 21enne nato in Nigeria, detto “Osariemen” sono stati arrestati dagli uomini della squadra mobile di Catania perché gravemente indiziati, in concorso fra loro, del delitto di tratta di persone, con le aggravanti della transnazionalità.

I due sono accusati di avere esposto a pericolo la vita o l’incolumità delle persone trasportate, facendole imbarcare su barconi occupati da numerosi migranti privi di ogni necessaria dotazione di sicurezza e di avere agito al fine di reclutare persone da destinare alla prostituzione o, comunque, allo sfruttamento sessuale per trarne profitto. Doris Osaheruwumen, inoltre, è accusata anche del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il provvedimento restrittivo accoglie gli esiti di un’articolata attività investigativa di tipo tecnicoavviata dalla Squadra Mobilelo scorso 7 aprile, al porto di Catania, in occasione dello sbarco di 432 migranti, di varie nazionalità, giunti a bordo della nave “Aquarius” della Ong “SOS Mediterranee”. In particolare, durante le fasi di accoglienza dei migranti, il personale specializzato della sezione criminalità straniera aveva monitorato giovani ragazze nigeriane, individuando una vittima della tratta, “Alyce” (nome di fantasia) la quale aveva raccontato diversi dettagli del viaggio compiuto per raggiungere l’Italia a causa della povertà patita in Nigeria, il suo paese d’origine.

“Alyce”  ha raccontato che il proprio fratello l’aveva informata della possibilità di raggiungere l’Italia dove una coppia di connazionali, ormai ambientata e radicata sul territorio, sarebbe stata disposta ad accoglierla e a offrirle un lavoro e una prospettiva di vita migliore. Con un rito voodoo si era impegnata a obbedire alla donna per la quale avrebbe lavorato e a corrisponderle la somma di 40.000 euro, altrimenti sarebbe morta. Il viaggio di “Alyce” ècominciato a febbraio dello scorso anno, lasciata Benin City a bordo di un taxi e raggiunta, poi con mezzi diversi, la Libia dove era rimasta per circa tre mesi, fino a quando si era imbarcata su un gommone occupato da numerosi migranti, soccorso in mare dalla nave “Aquarius”, giunta al porto del capoluogo etneo.

La denuncia di “Alyce”, ha permesso di delineare una prima fisionomia criminale di “Anita”, la donna cui era destinata, l’arrestata Doris Osaheruwumen. Quest’ultima in numerose conversazioni registrate poco dopo l’arrivo di “Alyce”, aveva informato i propri interlocutori che la “sua ragazza” era giunta in Italia cinque giorni in anticipo rispetto alla data prevista e si lamentava del fatto che la giovane non avesse ancora abbandonato la struttura dove era stata collocata dalle autorità Italiane. Le indagini hanno consentito di appurare che la “protettrice” si avvaleva della collaborazione di un altro connazionale, Godwin Osariemen, giunto anch’esso in Italia ad aprile grazie al contributo della indagata e ai suoi contatti con i “connection men” libici. “Alyce” poco dopo era stata prelevata dalla struttura e portata al Cara di Mineo per essere affidata a Godwin Osariemen e della madame ed essere immessa nel circuito della prostituzione. In particolare, Godwin Osariemen era stato incaricato dalla madame di controllare la giovane vittima all’interno del centro, coordinare e curare il suo trasferimento a Imola, dove si trovava proprio la donna e di intervenire laddove la ragazza si fosse opposta con minacce e violenze.

Nel corso dell’esecuzione del decreto di fermo, all’interno dell’abitazione dell’indagata “Anita” (a Imola) è stata rintracciata la vittima, “Alyce”, che è stata immediatamente collocata in una comunità protetta per donne vittime di tratta. I fermati sono stati rinchiusi nelle carceri di Caltagirone e Bologna ed è stata applicata a entrambi la misura cautelare della custodia in carcere.

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