"Vediamo gli str... che dobbiamo schiacciare", ecco come truccavano i concorsi all'università

Bandi cuciti su misura, dinastie di padri e figli, baronie antiche e radicate. Dentro l'ateneo di Catania c'era chi decideva del futuro lavorativo di centinaia di docenti e ricercatori

All'università di Catania il merito non esisteva. Tra raccomandazioni, concorsi cuciti su misura dagli abili "sarti" che erano i professori universitari, patti trasversali tra rettori del passato e attuali e mazzi di fiori inviati dai candidati ai concorsi ai commissari d'esame, quello che è emerso è un quadro, definito dagli stessi inquirenti, "squallido".

L'operazione - denominata non senza ironia "Università bandita" - ha scoperchiato il vaso di Pandora di un vero e proprio "sistema Catania" che ha coinvolto i nomi di primo piano dell'ateneo. Tra i tanti vi sono il rettore Francesco Basile (adesso sospeso), il suo predecessore Giacomo Pignataro, il prorettore Giancarlo Magnano San Lio, Giuseppe "Uccio" Barone, già direttore del dipartimento di Scienze Politiche, Roberto Pennisi, direttore del dipartimento di Giurisprudenza e Giuseppe Sessa, presidente del coordinamento di Medicina.

Tutti i nomi dei docenti coinvolti

Sono accusati, a vario titolo, di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione per l’esercizio della funzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, falsità ideologica e materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio e truffa aggravata.

L'indagine

Tutto nasce nel giugno 2016 quando la procura etnea - tramite la Digos - inizia a investigare sui meccanismi interni di potere dell'università. Le indagini si sono protratte sino a marzo dell'anno scorso e hanno preso origine dalle denunce, reciproche, tra l'allora rettore Pignataro e l'ex direttore amministrativo Lucio Maggio.

Video | Il blitz nel rettorato

In poco più di due anni sarebbero emersi ben 27 concorsi truccati: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore.

L'accordo

Ci sarebbe stato un "accordo" tra il rettore Pignataro e il suo successore Francesco Basile. Un accordo che, secondo le accuse, sarebbe riuscito a pilotare l'esito dei bandi di concorso per gli assegni, borse e dottorati di ricerca ma anche per l'assunzione degli amministrativi e per la composizione del cda e la progressione della carriera dei docenti.

"Un sistema squallido - ha detto il procuratore Zuccaro nel corso della conferenza stampa - dove le persone che venivano proposte non erano le più meritevoli. La cultura non può soffrire l'adozione di sistemi clientelari. Queste logiche debbono essere perseguite".

Video | Le intercettazioni

Gli inquirenti raccontano anche di un incontro di Basile - uno dei primi che ha avuto dopo l'elezione - avvenuto in rettorato con Pignataro. I due affrontano il tema della "bonifica" della stanza per evitare la presenza di eventuali cimici.

Il sistema

Quello che accadeva a Catania era semplice. Già si sapeva chi doveva vincere i concorsi e quindi ci si organizzava per individuare tutte le modalità più consone per far "trionfare" il prescelto, che alcune volte era anche figlio di qualche docente universitario.

Le indagini hanno documentato l’esistenza di un vero e proprio codice di comportamento “sommerso". Tutti sapevano come funzionava e si adeguavano. Chi "deviava" e non accettava era oggetto anche di pesanti ritorsioni e "colloqui" con i docenti per ritirare eventuali partecipazioni a concorsi "già assegnati" a qualcun altro ancora prima di essere banditi.

Video | L'intervista al procuratore Zuccaro

In alcuni casi era il candidato stesso ad elaborare i criteri del concorso, poi andava a prendere in aeroporto i commissari che venivano da fuori e in alcuni casi faceva anche "omaggi" sin dentro l'albergo dove alloggiava l'intera commissione d'esame.

Con il coinvolgimento di docenti provenienti da altri atenei gli inquirenti hanno rilevato che non vi è soltanto un "sistema Catania". Infatti è emerso una sorta di accordo che si estende anche ad altre università con professori preoccupati, non di giudicare il merito, ma di "non interferire" sulla scelta del futuro vincitore, favorendo il candidato "designato". Sono 40 in totale gli indagati e la procura aveva chiesto gli arresti domiciliari per le figure apicali.

"Li dobbiamo schiacciare"

Particolarmente dure le parole della dirigente della Digos Marica Sacco che ha descritto minuziosamente i metodi utilizzati e che sono emersi anche dalle intercettazioni telefoniche.

C'erano professori che dicevano, in vista di un concorso, "vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare". 

E' il caso del noto docente universitario Uccio Barone, originario della provincia di Ragusa e già a capo del dipartimento di Scienze Politiche, che intercettato mentre conversava presumibilmente con un candidato a un concorso lo rassicurava dicendo che si sarebbe fatto dare "l'elenco" per vedere "chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare" e quindi estrometterli. Oppure chi si rassegnava al sistema e diceva "dobbiamo soggiacere al potere".

Addirittura gli inquirenti hanno fatto fatica a trovare un concorso non pilotato. Il sistema si estendeva anche alla composizione del consiglio di amministrazione e la scelta ricadeva sempre - secondo le accuse - nell'ambito dell'accordo tra i due rettori Pignataro e Basile.

Neanche gli studenti sarebbero immuni da "cattive pratiche". Nella scelta del nuovo cda il rettore avrebbe diramato dei "pizzini" con i nomi di chi votare e sarebbero arrivati ai docenti, al personale amministrativo e anche agli studenti.

"La chiamata"

Il concorso non veniva nemmeno più chiamato così ma veniva definito "la chiamata". Il percorso che avrebbe portato alla vittoria veniva pianificato a tavolino tramite le pubblicazioni e la scelta dei criteri del bando. Alcuni vincitori dei concorsi sono tra gli indagati: molti pretendevano una vittoria "secca" e addirittura se vedevano altri iscritti al concorso esprimevano le loro doglianze al rettore, sollecitando condotte ritorsive.

Le regole del "sistema Catania" avevano anche delle sanzioni: chi non si adeguava veniva "punito" con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico.   
 

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