Catania 2018, l'eterno ritorno della destra: il voto e la fine della sinistra

Tramontata l'era di Renzi, finita in malo modo quella di Crocetta, e con due riferimenti - quello nazionale e quello regionale - saldamente ancorati a destra, anche Catania torna al 'nero' della sua pietra lavica

A sin. il comitato elettorale di Pogliese, a dx quello di Bianco

La vittoria, nella coalizione di Salvo Pogliese, era già nell'aria sin dalla chiusura ufficiale delle liste. E già da prima, a giudicare dai movimenti interni, dai cambi di casacca in extremis, dai mal di pancia dei centristi, l'irresistibile attrazione per la destra aveva colto molti consiglieri che, dai quartieri e dal senato cittadino, avevano deciso di 'mollare' la vecchia amministrazione e rimanere folgorati sulla via del giovane europarlamentare. Un movimento 'naturale', in una città profondamente di destra, all'interno del quale le fasce esterne degli ex autonomisti - che avevano di fatto portato al governo cittadino Enzo Bianco nella scorsa tornata elettorale - sono sostanzialmente tornate 'a casa'. 

Il ritratto del nuovo sindaco di Catania, la sua "scelta d'amore"

Le prime parole di Salvo Pogliese, sindaco di Catania | Video

A destare scalpore, invece, è la forbice tra il risultato del segretario provinciale di Forza Italia, che raggiunge quasi il 52% delle preferenze, e quello dell'ex primo cittadino che - nonostante le sue cinque liste - rimane 'schiacciato' al 26. Una vera e propria batosta, poco prevedibile anche dai commentatori più cauti - come l'ex sindaco Raffaele Stancanelli che, anche dopo la prima proiezione, invitava i suoi alla cautela ed agitava lo spettro del ballottaggio - che di fatto trasforma quest'ultima tornata elettorale nella fine politica di Enzo Bianco. Abbandonate le velleità romane, soprattutto dopo il tonfo delle politiche, e con un governo nazionale ostile al Partito democratico, all'ex primo cittadino non resta che una segreteria azzerata e le macerie di un partito da cui, ormai, scappano tutti. Finisce Bianco e termina anche la sua 'era', la 'primavera' è ormai un ricordo lontano nella mente dei catanesi ed il 'sistema Bianco' - i suoi peones, i fedelissimi ed i 'piazzati' tra ruoli di sottogoverno e partecipate - è ora in subbuglio. 

I voti alle liste dei candidati sindaco a Catania

Il compito, del resto, non era tra i più semplici. Quella tra Pogliese e Bianco, nella città del Liotro, è stata letta da molti come una sfida tra destre. Un duello tra apparati che affondano le radici nello stesso sostrato politico e culturale, che parlano la stessa lingua dei patronati, che accettano al proprio interno l'identico modo di intendere il territorio e le pratiche. Che 'impongono' uomini e donne in una logica che è più vicina alla divisione feudale delle terre che al ricambio previsto dallo spoils system. Della sinistra, tra le liste dell'ex ministro dell'Interno, si vedeva soltanto il fantasma, offuscato dagli ex Articolo 4 e da altre realtà 'spurie'. Ma, nonostante la potenza di fuoco delle regionali, ed il premio di consolazione di uno scranno in Senato, il contributo di Sudano e Sammartino non è riuscito ad essere decisivo.

Dall'altra parte non ingrana neanche la formula degli apparati della Cgil, sempre più distanti dalle istanze dei lavoratori dopo una lunga esperienza tra i quadri dirigenti di un Pd ormai in fiamme. Non convincono neanche i mohicani dell'ex titolare della Cultura Orazio Licandro: un 'gruppo' che, proprio per l'adesione fideistica alle politiche dell'ex sindaco, ha perso da anni contatto con la propria comunità di sinistra radicale. Azzerata, quest'ultima, dalle scelte miopi di pochi segretari, e dall'incapacità di dialogo tra le diverse micro-componenti. 

Una scelta, quella del suicidio politico della sinistra, che si è riflettuta anche sul devastante risultato del segretario regionale della Comunità di Sant'Egidio, Emiliano Abramo. Il suo 3% fotografa infatti il fallimento del progetto civico di inclusione trasversale di diverse realtà politiche, ma sopratutto certifica l'incapacità del gruppo di proporre una soluzione appetibile, che riesca a sconfinare dall'elité intellettuale per parlare davvero la lingua degli altri strati sociali. Cosa resterà di quest'esperienza lo diranno soltanto le evoluzioni dei prossimi mesi. E se, da un lato, Abramo giurava di voler "andare avanti comunque", e di voler porre le basi per un'idea di città che non si fermi al momento elettorale, la botta è difficile da reggere e gli animi sono, naturalmente, più mogi. Tramontata l'era di Matteo Renzi, finita in malo modo quella di Crocetta, e con due riferimenti - quello nazionale e quello regionale - saldamente ancorati a destra, anche Catania torna al 'nero' della sua pietra lavica.  

Rimarrà relegata all'irrilevanza l'avventura dell'ex forzista Riccardo Pellegrino verso Palazzo degli Elefanti. Nonostante l'entusiasmo e lo sforzo, il candidato è rimasto schiacciato dai guai giudiziari e dai panzer messi in moto dal suo ex segretario, Salvo Pogliese. L'insolenza è stata 'punita' dalla schiacciasassi della coalizione di centro-destra, mentre il suo 1% veniva accolto tra risatine e sbeffeggiamenti all'interno dell'affollato comitato di Pogliese, questa notte, all'Hotel Nettuno. Quale sarà ormai il destino dell'ex consigliere comunale e che ruolo avrà all'interno di una comunità a cui ha deliberatamente voltato le spalle, anche in questo caso, lo diranno le prossime evoluzioni: la strada, di certo, per lui non sarà in discesa. 

Come previsto, infine, il Movimento Cinque Stelle non 'spacca'. Nonostante la differenza di meccanismo tra le politiche e le amministrative, ben chiaro a tutti i contendenti, la candidatura del professor Giovanni Grasso si ferma al 16%. Un dato che conferma le previsioni: il voto d'opinione, nel caso delle comunali, non riesce ad attecchire, soprattutto in presenza di un meetup sostanzialmente inesistente e di una candidatura nata scoppia. Nonostante qualche sussulto, la campagna del Movimento è stata caratterizzata da un torpore generale dei suoi candidati. Qualcuno lamenta la scelta, per un voto, del professore e pensa che l'avvocato Matilde Montaudo avrebbe potuto fare la differenza, ma del senno di poi - si sa - son piene le fosse, e quella del Movimento è una storia ancora tutta da scrivere. 

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