L'unione monarchica siciliana interviene sulla storia dello Statuto regionale

Secondo l'avvocato Michele Pivetti Gagliardi, "lo Statuto che dovrebbe essere il libro delle istruzioni di una delle regioni maggiormente ricche e prospere d'Europa è disatteso e non applicato dalla politica"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di CataniaToday

Ben 73 anni fa Re Umberto II, promulgava lo Statuto della Regione Siciliana. Lo promulgava dopo averlo corretto di suo pugno (correzioni ancora visibili nella bozza conservata a Palazzo Reale), dopo aver mediato da grande statista tra il Regno ed il Fronte Nazionale Siciliano. Fu un grande momento per la Nazione Siciliana, che lui volle omaggiare e rispettare chiamando lo statuto "della Regione Siciliana" e non semplicemente "della Regione Sicilia".

Oggi, quello Statuto che dovrebbe essere il libro delle istruzioni di una delle regioni maggiormente ricche e prospere d'Europa è disatteso e non applicato dalla politica. Si celebreranno convegni e tavole rotonde sull'argomento ma la damnatio memoriae nei confronti dei custodi di quei principi che ispirarono il più alto momento di democrazia istituzionale dal 1861 ad oggi fa si che emergerà ancora una volta una verità di parte, nel migliore dei casi monca della parte che racconta chi, come e perchè volle lo Statuto. Ed alle forze politiche che in questi giorni si affannano a chiedere i voti, anche i nostri, diciamo forte e chiaro che la Nazione Siciliana, quella che Re Umberto II rispettò a tal punto da darle uno statuto ufficiale e che nemmeno i comunisti ebbero il coraggio di espungere dalla Costituzione repubblicana, non può essere oggetto di mercanteggiamenti. Se non si inizia a conoscere la nostra storia per intero e senza omissioni, non si può pretendere di saperla rispettare e se non si rispetta la storia non si rispetta la Sicilia.

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