Lunedì, 2 Agosto 2021
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Mutamenti urbanistici e ricostruzione: catastrofi naturali e interessi delle nuove élite

A ripercorrere gran parte di questa storia è l'ingegnere Salvatore Maria Calogero nel suo ultimo lavoro: "Ulteriore spinta alla frammentazione arrivò soprattutto con l'Unità d'Italia, quando a seguito della confisca dei beni alle corporazioni religiose, avvenne un frazionamento e un cambio di destinazione d'uso degli immobili"

Pianta di Braun - Hogenberg, 1597

La storia dei mutamenti urbanistici della città di Catania è contraddistinta, in linea generale, da due ordini di fattori: le calamità naturali e gli interessi delle classi dominanti che si sono susseguite nel tempo. A ripercorrere gran parte di questa storia è l'ingegnere Salvatore Maria Calogero nel suo ultimo lavoro, edito da Agorà, “La città di Catania. Mutamenti urbanistici dopo le catastrofi naturali del secolo XVII”, che sarà presentato ufficialmente giovedì 17 giugno alle ore 16.30 a Palazzo della Cultura. Lo studioso catanese, attraverso documenti d'archivio, iconografie, piante e planimetrie dell'epoca, ci mostra le trasformazioni che hanno interessato la città etnea dopo l'eruzione del 1669 e il terremoto del Val di Noto del 1693. “Catania nel Settecento era una città luminosa – esordisce l'ingegnere Calogero – una caratteristica che rintracciamo, ad esempio, se andiamo a cercare notizie sulla colorazione originale dei palazzi storici”.

I protagonisti della ricostruzione

La ricostruzione di Catania avvenne in sinergia tra l'autorità istituzionale e quella religiosa: “Lo Stato e la Chiesa furono gli attori principali del processo di ricostruzione – spiega ancora - venne incaricato il Duca di Camastra, il quale gestiva direttamente le casse del Viceré, avvalendosi dell'architetto fiammingo Carlos de Grunenbergh, architetto e ingegnere militare. Le trasformazioni hanno riguardato non solo la parte coperta dalla colata, ma anche alcune parti interne, i Benedettini per esempio, vollero ampliare il loro originario monastero, chiamando uno degli architetti più famosi dell'epoca, Giovan Battista Contini, allievo di Gian Lorenzo Bernini”. Un dominio condiviso che si riflette anche nella pianta della nuova città e nell'orientamento degli assi viari: “Un altro tecnico del duca di Camastra, fu il direttore dei lavori, ingegnere Giovan Battista Vespa, che si occupò anche del tracciamento delle strade. L'orientamento di quella che divenne in seguito via Garibaldi fu voluto dal Vescovo, nasce infatti come strada barocca per connettere la quinta scenica della Cattedrale fino alla chiesa di Santa Maria delle Palme, vicino via Quartiere Militare. La via Vittorio Emanuele invece, fu pensata per unire il Bastione di San Giuliano, che si trovava in nell'odierna piazza Cutelli, e il piano della Consolazione che è l'attuale piazza Machiavelli dove c'è la chiesa dei Ss. Cosma e Damiano”.

I nuovi criteri urbanistici

La larghezza delle strade e l'altezza degli edifici furono forse uno dei primi criteri 'antisismici' adottati, proprio per consentire, in caso di crollo e calamità, la logistica dei soccorsi. “Nell'idea del duca di Camastra, c'erano edifici con il piano terra occupato da botteghe, sopra l'appartamento destinato a chi gestiva gli esercizi commerciali e poi c'era il piano 'nobile', dove abitava l'aristocratico proprietario del palazzo. Le strade invece erano state pensate con una larghezza da 4, 6 o 8 canne, che corrispondevano approssimativamente a 8, 12 e 16 metri. Fino alla fine del Settecento questa previsione urbanistica fu mantenuta, nell'Ottocento ancora però molti palazzi erano incompleti, per esempio Palazzo Valle – annota Calogero - fino al 1846 era costruito per metà, in quello accanto, Palazzo Tedeschi, mancava tutta la parte superiore. Quindi Catania fu ricostruita nel tempo dalle aristocrazie e dagli ordini religiosi, il primo passo fu l'occupazione degli isolati costruendo quello che si poteva realizzare, anche in base alle finanze disponibili, poi furono completati nel corso dell'Ottocento. Mentre le classi popolari, solo dopo il terremoto del 1693, ebbero la possibilità di occupare 'le lave' a sud della città, costruendo ad esempio la chiesa di San Cristoforo nel 1723 e la chiesa degli Angeli Custodi: la manovalanza che costruì la città interna, iniziò a insediarsi in queste zone nel corso del Settecento”.

Mutamenti sociali e nuove élite

Le indicazioni del duca di Camastra, nel corso dell'Ottocento, cominciarono a essere reinterpretate anche alla luce delle esigenze delle nuove élite: si affaccia infatti sulla scena la classe borghese, soprattutto legata al commercio e alla nascente industria manifatturiera che si sviluppò nel corso del XIX secolo. “Un esempio pratico di questa tendenza – commenta - lo ritroviamo ad esempio in via Garibaldi, dove nei pressi della chiesa di Santa Chiara, c'è palazzo Manganaro, costruito da un commerciante. In pratica cosa fa Manganaro? Demolisce la casa presente che era stata costruita nel Settecento e costruisce un palazzone di 4 piani con due corti. Esistevano anche allora i vincoli, ma il progetto è stato autorizzato dalla Commissione edilizia, presieduta dall'architetto Sebastiano Ittar, figlio di Stefano”. Con i mutamenti sociali e la decadenza dell'aristocrazia “tutti i palazzi che occupavano un intero isolato dedicato alla famiglia, vengono frazionati in diverse unità immobiliari, quindi per poter fare interventi unitari i nuovi proprietari avrebbero dovuto costituirsi in condominio ma questo non avvenne. Una ulteriore spinta alla frammentazione arrivò soprattutto con l'Unità d'Italia, quando a seguito della confisca dei beni alle corporazioni religiose, avvenne un frazionamento e un cambio di destinazione d'uso degli immobili, innescando una vera e propria deriva con le superfetazioni edilizie che sono arrivate fino ad oggi. La prima normativa organica finalizzata alla tutela e alla salvaguardia dei beni culturali è arrivata nel 1939 con la legge Bottai”.

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