Sabato, 24 Luglio 2021
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Opinioni

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A cura di Daniele Spitaleri

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L'incompiuto siciliano

Ruggiero Galati Casmiro e Claudia Giorno sono due architetti che hanno immaginato possibili scenari che si potrebbero configurare per architetture incomplete e hanno preso in esame proprio due incompiute giarresi

Il Grand Tour era un viaggio nell’Europa continentale che a partire dal XVIII secolo coinvolse i giovani aristocratici europei per perfezionare il proprio sapere, alla ricerca dell’esperienza estetica attraverso il godimento della natura e dell’arte. L’Italia era una delle destinazioni preferite da questa società agiata e colta. Se traslassimo quest’esperienza al giorno d’oggi, quei giovani vedrebbero degli scheletri di cemento non ultimati tra le colline della penisola, le rovine della nostra epoca. Una sorta di Grand Tour millennial. Ma cos’è un’opera incompiuta? È un edificio la cui costruzione è iniziata e che per qualche ragione non è mai stata terminata. Un’architettura che può apparire normale dall’esterno ma che in realtà non ha mai svolto alcuna funzione, che non è mai stata vissuta o usata da persone: una piscina non è mai stata una piscina, è solo un edificio con forma di piscina e ciò ovviamente va contro l’idea su cui si fonda l’architettura. Difatti, non esiste architettura senza una funzione.

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Ruggiero Galati Casmiro e Claudia Giorno sono due architetti che hanno immaginato possibili scenari che si potrebbero configurare per queste architetture. Hanno preso in esame proprio due incompiute giarresi tra loro molto vicine, il Salone Polifunzionale (1982) e la Piscina Regionale (1985). Queste avrebbero dovuto formare il “Centro Sociale Trepunti”, la frazione di Giarre che costituisce l’ingresso alla cittadina. E quindi, che farne di queste opere non finite? Ne abbiamo ancora bisogno?

Da un’analisi degli edifici pubblici presenti sia a Giarre che nell’adiacente Riposto, le funzioni per le quali queste opere erano state pensate sarebbero ancora valide, nel caso in cui si decidesse di completarle secondo il progetto originario. Ciò non preserverebbe la memoria della storia dell’edificio, e quindi del processo che lo ha portato a essere incompiuto. E se non facessimo niente?

3def-2La fisicità di queste opere muta di ora in ora; la materialità, a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici, si degrada e la natura si riappropria col tempo dello spazio che le era stato sottratto. Non è nient’altro che lo scenario attuale, in cui, mentre la comunità si chiede come sia possibile riconvertire queste opere pubbliche non finite, queste svaniscono sotto i nostri occhi a causa dell’avanzamento prepotente della natura. Demolirle? Demolire queste architetture non implicherebbe una cancellazione della memoria della loro incompiutezza. Nell’antica Roma, ad esempio, la pratica di abbattere statue era abbastanza diffusa ed era collegata alla “damnatio memoriae”, ossia la pena che nel diritto romano implicava la cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una persona. La potenza di questa pena stava proprio in questa violentissima assenza, il più potente strumento di memoria. Una memoria performativa, forse più efficace del lasciare tutto com’è.

E se volessimo riaprirle in un mese? Generare nuovi usi, usi informali e temporanei, che consentirebbero alla collettività di riappropriarsi di questi luoghi in poco tempo e col minimo intervento: ciò comprenderebbe la messa in sicurezza delle parti che si vogliono rendere accessibili, rispettando l’architettura originaria, e così l’immagine incompiuta. Si tratterebbe di un intervento totalmente reversibile, che potrebbe realizzarsi in quel periodo di tempo prima della trasformazione definitiva (o della demolizione) dell’opera incompiuta.

4 def-2Riconvertirle e riconsegnarle alla comunità? Riconvertire questi spazi residuali preservando la struttura, la materialità, l’estetica incompiuta ma cambiandone la destinazione d’uso per la quale erano state ideate, cogliendo l’occasione di creare un nuovo centro d’attrazione all’interno del contesto che le ospita. La riappropriazione di queste aree, dapprima inaccessibili e invalicabili, potrebbe dare vita a un nuovo luogo di incontro per le comunità. Vivere queste architetture è il primo passo per dare un nuovo senso a una cattiva storia, quella dell’incompiuto italiano.

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