Aligrup chiede aiuto al Prefetto: futuro incerto e passato poco limpido

I dipendenti sperano negli ammortizzatori sociali per riuscire a percepire una minima somma di denaro. Sulle voci dei gruppi imprenditoriali interessati ad acquistare - si vocifera almeno 22 punti vendita sui 52 complessivi - regna l'incertezza

Palazzo della provincia, Via Etnea. Da un lato i sindacati, con le loro trattative. Dall’altro i lavoratori, senza stipendio da 4 mesi. Obiettivo della mattinata: incontrare il prefetto e fare chiarezza sulla vertenza in atto che potrebbe portare il gruppo aziendale Aligrup al fallimento definitivo.

Tanti i lavoratori coinvolti: più di 1600 in tutta la Sicilia. Tanti i debiti accumulati nel corso degli anni dall’azienda: si stima intorno ai 150 milioni. Tutto ha inizio nel 2001, quando il proprietario Sebastiano Scuto è stato accusato di aver praticato attività di riciclaggio con i proventi ricavati dal gruppo aziendale. Nel 2010 l’intervento dell’amministrazione giudiziaria, con il tribunale di Catania che ha disposto una confisca del 15% del gruppo Aligrup. L’85 % del capitale è rimasto nelle mani di Scuto.

Da qui però i successivi problemi: nell’ultimo anno, infatti, il debito dell’azienda nei confronti dei fornitori ammonterebbe a 137 milioni circa. Un buco enorme, troppo grande, tanto che a farne le spese sono stati subito i lavoratori, finiti in cassa integrazione.

Oggi le soluzioni prospettate sembrano essere due, come spiegato questa mattina dai lavoratori nel corso della protesta portata avanti con i sindacati Cgil, Uil, Cisl e Ugl.

Da una parte il concordato preventivo, con la possibilità di presentare un accordo preventivo tra creditori e acquirenti, con il controllo da parte del Tribunale fallimentare. Dall’altra, si prospetta invece la soluzione della legge Prodi-bis, attuata in passato in occasione del crac Parmalat. L’azienda in fallimento resterebbe così per 2 anni con un commissario governativo, congelando i debiti verso i fornitori, perché già in questo momento l’azienda è passibile di ingiunzioni di pagamento da parte dei creditori.

Quest’ultima sarebbe la soluzione ultima da adottare, quella estrema, perché potrebbe voler dire comunque forti tagli dei posti di lavoro, a fronte del debito da saldare successivamente al periodo di congelamento.

Fausto Palazzo, uno tra i dipendenti Aligrup presenti al sit-in di questa mattina, è scettico: “Ormai il gruppo è fallito. Siamo qui a pagare una colpa che non è nostra, senza percepire stipendio da mesi. Non siamo ancora nemmeno in cassa integrazione. Come dovremmo portare da mangiare a casa?”.

Sperano negli ammortizzatori sociali, infatti, i dipendenti, per riuscire intanto a percepire una minima somma di denaro da portare in famiglia. Sulle voci dei gruppi imprenditoriali interessati ad acquistare - si vocifera almeno 22 punti vendita sui 52 complessivi - regna l’incertezza. La stessa che oggi ha colpito i manifestanti, scesi in strada con striscioni pieni di rabbia e sconforto, come questo: “Con Ergon-Arena e Abate a noi ci spezzettate”.

Questi tre i nomi che, infatti, sembrerebbero circolare. Ma al momento resta tutto bloccato, come afferma Marco Russo, responsabile magazzino della Global Service, società legata al gruppo Aligrup: “Nessuna novità rispetto alla protesta dell’altro giorno davanti a Palazzo della Cultura”. Il futuro è incerto, così come il passato poco limpido, che ha portato il gruppo Aligrup sull’orlo del fallimento.

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