Sabato, 31 Luglio 2021
Cronaca

Dibattito sui beni confiscati alla mafia, Zuccaro: "Dati disastrosi su riutilizzo"

L'incontro organizzato da Asaec si è tenuto all'università di Catania. Tra gli interventi quelli del procuratore Carmelo Zuccaro e del presidente dell'antimafia Claudio Fava

"La legalità è costosa, ma l’illegalità lo è ancora di più". È con questa frase che si potrebbe riassumere il senso del dibattito organizzato da Asaec (Associazione antiestorsione di Catania) dal titolo "Beni confiscati: Labirinto tra responsabilità diffuse e opportunità mancata. Quali prospettive?" che si è tenuto all’Università di Catania. Uno dei passi verso i trent’anni dell’associazione nata all’indomani dell’omicidio di Libero Grassi, di cui porta anche il nome.

"La questione dei beni confiscati alle mafie - ha detto il presidente di Asaec Nicola Grassi - si intreccia con le nostre attività innanzitutto perché il loro riutilizzo sociale deve essere al centro del contrasto alla criminalità. Poi – ha aggiunto – quei beni spesso sono il frutto di proventi illeciti di carattere estorsivo o usuraio. Riconsegnarli alla collettività è una vittoria». Anche se, proprio su questo aspetto, non mancano le criticità che durante il convegno sono state affrontate insieme al procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro; al direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, Bruno Corda e al presidente della commissione regionale antimafia, Claudio
Fava.

"Questo è il luogo in cui gli studenti e le studentesse costruiscono il futuro di questa terra - ha detto il rettore Francesco Priolo durante i saluti iniziali - E, sui temi della legalità, ciascuno deve fare la propria parte». Nello specifico, il dipartimento di Economia e impresa di UniCt è impegnato, da anni in studi che riguardano gli aspetti economici della legalità che «non è solo un bene pubblico - ha sottolineato il direttore del dipartimento Roberto Cellini - ma anche un fattore produttivo senza il quale non esiste il mercato e non è possibile avere scambi".

Sono stati i professori Maurizio Caserta e Livio Ferrante a presentare gli esiti di una ricerca che si è concentrata sulla fase successiva a quella
delle riassegnazioni. "I dati più rilevanti – hanno spiegato i docenti – riguardano il fatto che nei territori con più mafiosità si crea un oligopolio, specie nel settore dell’edilizia". Mentre, invece, nei Comuni dove i beni sono stati tolti aumenta la concorrenza. E non solo. "Nei luoghi in cui i beni vengono destinati a fini sociali – hanno illustrato – diminuisce il livello di concentrazione di voti perché si toglie il consenso sociale alle mafie e, nei Consigli comunali, aumentano le donne, i giovani e il turn over". Cosa che non avviene se i beni vengono destinati a usi governati o venduti e nemmeno se un Comune viene sciolto per mafia. Insomma, a incidere sono le attività che costruiscono cultura sociale. E proprio da qui è partito il presidente della commissione antimafia Claudio Fava.

"A Catania ci sono ragazzini che, pur non avendo mai nemmeno visto una sua foto, hanno ancora il mito di Nitto Santapaola e vorrebbero diventare come lui solo perché hanno subìto un’eredità orale. Anche per questo, il tema della confisca e della riassegnazione ha una caratura simbolica fondamentale", ha detto Fava illustrando anche in parte i risultati dell’inchiesta che la commissione ha portato avanti sui beni sequestrati e confiscati in Sicilia. Molte le criticità che sono venute a galla anche dai sopralluoghi effettuati dagli attivisti di I Siciliani giovani, Arci Catania e Asaec sui beni che erano stati messi a bando
dall’Agenzia nazionale. Abbandonati, devastati, quando ancora non occupati dagli stessi soggetti a cui erano stati confiscati anche in via definitiva.

"A questo si arriva dopo tante difficoltà – ha sottolineato il procuratore Carmelo Zuccaro – Ma poi bisogna controllare che non rimangano nelle disponibilità dei mafiosi. Su questo i risultati non sono soddisfacenti e il sistema si è rivelato profondamente inefficiente. Anche per le imprese – ha aggiunto – i dati sono disastrosi: solo un numero sparuto rimane attivo. Eppure, non ci possiamo rassegnare ma dobbiamo continuare a impegnarci perché altrimenti lo Stato avrà perso l’occasione per dimostrare di essere più forte delle mafie". Durante il dibattito, il procuratore ha anche annunciato che al momento ci sono delle indagini in corso che riguardano il coadiutore di alcuni dei beni confiscati su cui sono emerse diverse criticità.

A parlare con i dati alla mano è stato poi il direttore dell’Agenzia, il prefetto Bruno Corda. "Delle aziende confiscate, il 68 per cento sono scatole vuole mai esistite sul mercato che non hanno mai prodotto utili o avuto dipendenti; il 27 per cento arriva già in stato di pre-liquidazione. Ed è per tentare di salvare queste – ha sottolineato Corda – che servono azioni immediate. Per questo, stiamo cercando anche di stabilire con Abi (l’associazione bancaria italiana) un protocollo d’intesa per un fondo di garanzia che possa assicurare all’azienda di restare sul mercato". Altro punto delicato è quello che riguarda la custodia dei beni nella fase di transizione dalla confisca all’assegnazione: "Non possiamo presidiarli tutti con le forze dell’ordine, chiediamo l’impegno delle
associazioni e della società civile". 

All’appello del prefetto Corda ha risposto Matteo Iannitti de I Siciliani giovani che ha raccontato le esperienze di diversi sopralluoghi in beni "in condizioni inaccettabili: abbandonati e distrutti mentre invece quelli di maggiore pregio erano ancora occupati dagli stessi soggetti a cui erano stati tolti o da loro familiari. Questo – ha concluso – per noi è il sabotaggio di una legge, la Rognoni-La Torre che è costata l’impegno e anche la vita a molte persone".

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