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In ricordo dell'Avv. Serafino Famà ucciso dalla mafia, parla il figlio Fabrizio

Il figlio Fabrizio: "Quello che è successo a mio papà deve servire da esempio, perché significa che esiste ancora gente che ha il coraggio di lottare"

Il 9 novembre 1995 moriva il noto penalista catanese, l’avv. Serafino Famà, all’età di 57anni, assassinato per mano di due giovanissimi criminali a volto scoperto. 7 colpi di una calibro 7,65 a decidere il suo destino. In occasione del 16° anniversario della sua scomparsa, un incontro di commemorazione si è tenuto presso la  Villa Cerami, sede centrale della facoltà di Giurisprudenza.

I mandanti appartenevano al clan dei “Laudani”- cosca corleonistica - e l’agguato avvenne in pieno centro cittadino, all’angolo tra il viale Raffaello Sanzio e via Oliveto Scammacca, a pochi passi di distanza dallo studio e dall’abitazione dello stesso Famà.

Presenti all'incontro ,oltre ai familiari, anche noti esponenti del foro catanese -tra i quali l’avv.Enzo Trantino - docenti universitari e studenti. Sono intervenuti il prof. Giovanni Grasso, docente della stessa facoltà, Bruno Di Marco, presidente del Tribunale di Catania, l’avv. Enrico Trantino, il dott. Ernesto Decristofaro, ricercatore universitario, Fabrizio Famà, uno dei due figli della vittima e l’avv. Goffredo d’Antona che ha moderato il dibattito.

“E’ cominciata come una normalissima giornata autunnale e si è conclusa invece in un incubo”.  Così il figlio Fabrizio ricorda i dolorosi momenti di quel 9 novembre di 16 anni fa. Una giornata come tante, insomma, di quelle nelle quali si va all’università, si ritorna a casa, senza immaginare mai e poi mai una cosa del genere. “Io e mia sorella tornavamo dall’allenamento di pallavolo e, nella zona di casa nostra, dalla macchina, vedevamo la polizia e tanta confusione. Una volta a casa cenammo, dato che mio padre era solito raggiungerci anche a tarda ora dopo il lavoro. Fortunatamente non accendemmo la Tv quella sera, dato che la notizia era stata già trasmessa in diretta. Gli amici di famiglia cominciavano a chiamarci per sapere come stavamo". "Fu allora- continua il suo racconto Fabrizio - che decisi di andare a prendere mio padre con la macchina e vidi i miei amici che mi venivano incontro dicendomi che avevano sparato a mio padre. All’inizio pensai fosse stato un incidente, ma in ospedale, poche ore dopo, scoprii che si trattava di un attentato”.

Tra i valori trasmessi dal padre - al quale è stata intestata la Camera Penale- l ’onestà e l’amore per la famiglia meritano un’attenzione particolare, precisa ancora Fabrizio, aggiungendo che la morte del padre può certamente spaventare chi vede la propria vita a rischio solo perché svolge bene il proprio dovere. “Quello che è successo a mio papà deve servire da esempio, perché significa che esiste ancora gente che ha il coraggio di lottare, ma per migliorare il futuro è necessario che ci si sporchi le mani in prima persona” conclude.   


 

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