Ciancio, Ercolano in redazione: i documenti dell'Antimafia nazionale

La Commissione Antimafia nazionale, pochi anni fa - esattamente il 5 agosto 2015 - ha messo nero su bianco gli stessi fatti rilevati dai pm all'interno dell'inchiesta Orsa Maggiore. In cui Ciancio e i giornalisti hanno raccontato la loro versione sulla presenza di Pippo Ercolano in redazione

Il Tribunale per le misure di prevenzione, accogliendo la tesi della Procura e dei carabinieri - nel motivare il sequestro e la confisca dei beni all'editore Mario Ciancio Sanfilippo - ha parlato chiaramente di una linea editoriale mirata a mettere in "sordina i fatti legati alla famiglia mafiosa catanese". Nel farlo, durante la conferenza stampa, a cui hanno partecipato quasi tutti i principali quotidiani locali e nazionali, le forze dell'ordine hanno richiamato alla memoria alcuni episodi. Molto noti negli ambienti giornalistici e in quelli giudiziari. 

Un'altra istituzione, la Commmissione parlamentare Antimafia, pochi anni prima - esattamente il 5 agosto 2015 - ha messo nero su bianco gli stessi fatti all'interno della prima 'Relazione sullo stato dell'informazione', voluta e firmata dall'allora vicepresidente Claudio Fava. A tal proposito i parlamentari della Repubblica parlavano di "comportamento deontologicamente non corretto dell’editore del quotidiano La Sicilia nei confronti di talune famiglie mafiose locali e i condizionamenti complessivi che ne sono derivati all’informazione". All'interno del documento - prezioso per comprendere le relazioni tra poteri in tutto il territorio nazionale - esiste un intero capitolo dedicato al magnate dell'editoria catanese, dal titolo "Mario Ciancio e il sistema di potere mafioso a Catania". Nello stesso, è importante sottolinearlo, gli estensori mettono in risalto anche "gli aspetti positivi nella lotta alla mafia che hanno caratterizzato l’impegno del giornale La Sicilia. Non sono mancati inchieste e reportage da parte dei giornalisti de La Sicilia sui temi della mafia e collusioni politicoeconomiche dando ampia voce e documentazione all’attività della Procura antimafia e spazio alle vicende processuali. Non sono mancate anche iniziative che hanno messo in risalto la presenza della mafia nei quartieri, nel sistema degli appalti non solo a Catania ma in tutta la Sicilia".

La relazione della Commissione Antimafia nazionale

Un testo molto fitto, dove vengono raccolte l'audizione dell'ex giornalista di Telecolor Valter Rizzo, la vicenda del necrologio mai pubblicato alla famiglia del commissario Montana, quelli invece pubblicati in morte del boss Pippo Ercolano e le dichiarazioni rese davanti al pubblico ministero Amedeo Bertone dal giornalista Concetto Mannisi in seno all'inchiesta Orsa Maggiore. Il procedimento che, tra le altre cose, ha portato all'arresto di Aldo Ercolano, riconosciuto come "esecutore materiale dell'omicidio del giornalista Pippo Fava".

"Un primo preoccupato giudizio sulla natura delle relazioni intrattenute dall’editore Mario Ciancio - scrive la Commissione - era stato già anticipato nelle motivazioni della sentenza di condanna a sei anni e otto mesi di reclusione nei confronti dell’ex presidente della regione siciliana Raffaele Lombardo per concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza, emessa il 19 febbraio del 2014 dal Gup di Catania Marina Rizza, si sofferma sul modus operandi dell’organizzazione mafiosa. Il 10 aprile 2015 la procura di Catania ha chiesto il rinvio a giudizio di Mario Ciancio per concorso esterno di associazione a delinquere di stampo mafioso. 'Ciancio – recita l’avviso di chiusura delle indagini – metteva a disposizione dell’organizzazione criminale la propria attività economica, finanziaria e imprenditoriale avente ad oggetto, tra l’altro, l’editoria, l’emittenza televisiva, la proprietà fondiaria e l’attività edilizia, centri commerciali, centri turistici, aeroporti, posteggi ed altre lottizzazioni'".

Ercolano in redazione

"Una prima vicenda, relativa al boss di Cosa nostra Giuseppe Ercolano - continua il testo vergato dal Parlamento - è stata ripresa da diversi auditi, oltre ad essere rievocata nella recente richiesta di rinvio a giudizio della procura di Catania. Valter Rizzo, nel corso della sua audizione sulla vicenda Telecolor (ne parliamo in altra parte di questa relazione), ha ricordato: 'Ci sono stati dei casi eclatanti. Il primo fu la vicenda del pesante intervento di Ciancio nei confronti di un giovane redattore del suo giornale, Concetto Mannisi, che alla presenza di uno dei capi di cosa nostra catanese, Giuseppe Ercolano, fu pesantemente redarguito da Ciancio che gli disse 'tu non devi più nominare questa persona come boss mafioso anche se te lo dovessero dire i carabinieri!'. Chiaramente l’azione fu assolutamente intimidatoria e venne fatta di concerto con la volontà del capomafia (Giuseppe Ercolano che era presente all’incontro fra Ciancio e Mannisi, ndr.). Questa vicenda era rimasta sepolta fino a quando non venne tirata fuori da una nostra collega, Ada Mollica, e poi ripresa sui giornali nazionali e su altri organi di stampa, finché divenne un caso particolarmente eclatante e venne addirittura portato all’interno del maxiprocesso Orsa Maggiore. Va detto che né Ciancio né Mannisi hanno mai denunciato il fatto fino a quando non vennero chiamati a testimoniare, e Mannisi confermò quello che era successo mentre Ciancio addirittura negò di avere conosciuto Ercolano, dichiarando di averlo incontrato soltanto una volta in aereo'".

L'inchiesta Orsa Maggiore

L’episodio, spiega ancora la Commissione, è stato "confermato e censurato dalla procura di Catania, come risulta dagli atti dell’inchiesta della DDA denominata Orsa Maggiore: "Tra i numerosi episodi esaminati nel procedimento val la pena di segnalare quello relativo alle pressioni esercitate sulla stampa che si caratterizza per il fatto di essere emblematico della succubanza in cui la società civile ha vissuto e vive al cospetto della protervia della ″famiglia″ mafiosa. È accaduto infatti che Giuseppe Ercolano, cognato di Nitto Santapaola e padre di Aldo, abbia richiesto al direttore di un giornale locale di contestare in una sua presenza ad un giornalista dello stesso giornale il contenuto di un articolo pubblicato qualche giorno prima (il 24 ottobre 1993, ndr) in merito ai controlli effettuati dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri all’interno dell’Avimec (azienda dell’Ercolano, ndr). Orbene, in presenza dell’Ercolano, il direttore del giornale contestava al giornalista il tono non imparziale del suo articolo ed invitava il medesimo, per il futuro, a non attribuire l’appellativo di boss mafioso all’Ercolano e gli altri componenti della sua famiglia, anche se tali affermazioni provenissero da fonti della Polizia e dei carabinieri'".

"La vicenda verrà ricostruita anni dopo anche nella dettagliata testimonianza del collaboratore di giustizia Angelo Siino, che aveva accompagnato l’Ercolano nella redazione de La Sicilia: 'Pippo Ercolano entrò in redazione, mostrando di ben conoscere i luoghi, gridando che voleva parlare con i due giornalisti autori dell’articolo. In redazione, alla presenza di altre persone, Pippo Ercolano gridava e i due giornalisti cercavano di giustificarsi. Io - su mandato di Aldo Ercolano - cercai di tranquillizzare Pippo Ercolano, riuscendovi dopo non pochi sforzi. Questo episodio determinò la reazione di esponenti di vertice del gruppo Santapaola. [...] Tra le lamentele che venivano fatte quando fui chiamato a riferire sul comportamento dell’Ercolano, ricordo che i vertici dell’associazione ai quali rispondevo, lamentavano – tra l’altro – che era inconcepibile che l’Ercolano avesse fatto quella scenata assolutamente in contrasto con le ″attenzioni″ che loro riservavano al Ciancio Sanfilippo'". 

Le dichiarazioni di Ciancio e Mannisi davanti ai Pm

"La mattina del 30 dicembre il direttore Ciancio, convocato in procura, minimizzerà sull’incontro con l’Ercolano: 'Il tono era comunque scherzoso'. Spiegherà poi Mannisi, escusso come teste il 27 febbraio 1996 nel dibattimento per il processo Orsa Maggiore: 'Mi fu detto che avevo creato danni all’attività del signor Ercolano scrivendo... avendogli dato, diciamo, del mafioso. [...] mi fu detto che secondo quella che era la prassi normale, visto che si trattava di un pezzo legato alle violazioni ambientali e non un pezzo specifico sulla mafia catanese, era quasi superfluo o comunque non era proprio corretto puntualizzare che il titolare della ditta Avimec in questione fosse il massimo esponente della nota famiglia sospettata di mafia. [...] Mi fu detto dal direttore che se lo diceva il Ministro dell’interno che il signor Ercolano era mafioso si poteva scrivere. Noi non... non era nostro compito dire che l’Ercolano fosse mafioso'".

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Il trafiletto su La Sicilia

"Vanno menzionati gli sviluppi dell’episodio, contenuti nel rapporto trasmesso dal Gico alla DDA di Catania", si legge ancora nella relazione. "Il 29 dicembre 1993, avendo appreso di un’informativa dei carabinieri sull’episodio, La Sicilia si premura di pubblicare un trafiletto dal titolo "Nessuna pressione sul nostro giornale". La direzione, nell’articolo, "respinge indignata le illazioni" ma conferma sostanzialmente l’episodio: 'Il signor Giuseppe Ercolano è venuto al giornale, ricevuto dal direttore e dal capocronista, lamentando che in occasione della pubblicazione di un articolo, ove venivano citate una ventina di ditte denunziate per la violazione della legge antinquinamento, solo accanto al suo nome era stata fatta la specifica “noto boss mafioso”. Il signor Giuseppe Ercolano ha fatto presente in tale occasione di essere regolarmente titolare della ditta Avimec con centinaia di dipendenti e che in momento era un libero cittadino. Direttore e capocronista hanno spiegato che la notizia e il particolare che lo riguardava – come confermato dal cronista che si era occupato del servizio – erano stati fatti dai carabinieri. In tale occasione il signor Ercolano non ha esercitato pressioni di alcun genere'".

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