Confisca all'editore Ciancio, tra le carte il necrologio rifiutato alla famiglia del commissario Montana

Articoli modificati, strane 'ingerenze' del boss Pippo Ercolano all'interno del quotidiano catanese. Il Ros dei carabinieri immortala un episodio: quello del rifiuto del necrologio alla famiglia del commissario ucciso dalla mafia su La Sicilia

"Meglio tardi che mai", spiega con una battuta il colonnello del Ros. Alle sue spalle le slide che illustrano le indagini su Mario Ciancio Sanfilippo e sul suo "asset imprenditoriale". I conti, i movimenti, la ricostruzione degli investigatori. Una presa di consapevolezza che, con una punta di autocritica, viene mossa anche dal procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro, che ammette: "E' vero, sono passati tanti anni dai fatti contestati, ma stiamo facendo grossi passi in avanti".

La saletta stampa della Procura è piena, molto più del solito. Il motivo è chiaro: questa volta magistrati e carabinieri illustrano i dettagli del provvedimento che ha portato al sequestro ed alla confisca dei beni riferibili a Mario Ciancio Sanfilippo. Imprenditore e magnate dell'editoria catanese, per oltre 40 anni e fino a ieri direttore del quotidiano La Sicilia, ed oggi alla sbarra con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Un momento 'storico' per il giornalismo catanese, nel bene e nel male. Un giorno in cui dagli inquirenti arrivano accuse pesantissime. Soprattutto nei confronti della linea editoriale imposta all'interno del gruppo editoriale de La Sicilia che, secondo Zuccaro, metteva in "sordina gli affari degli Ercolano".

Un'indagine "complicatissima", come hanno spiegato gli investigatori che si sono occupati di ricostruire gli assetti patrimoniali di Mario Ciancio e l'utilizzo che l'editore avrebbe fatto dei mezzi di comunicazione a sua disposizione. Una 'linea editoriale' che, come ha spiegato il procuratore Carmelo Zuccaro, sarebbe stata improntata a mettere in "sordina gli affari del clan egemone, quello dei Santapaola-Ercolano".

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Zuccaro: "La sordina agli affari del clan" | VIDEO

Articoli modificati, strane 'ingerenze' del boss Pippo Ercolano all'interno del quotidiano catanese - la procura ha ricostruito il noto episodio della 'strigliata' al giornalista Concetto Mannisi, 'reo' di aver definito Ercolano come "noto esponente della famiglia sospettata di mafia" e per questo convocato negli uffici del direttore Ciancio - ma anche rifiuti. Come quello in occasione della pubblicazione del necrologio del trigesimo della morte del commissario Beppe Montana, freddato da alcuni colpi di pistola mafiosi nel 1985. Il funzionario faceva parte della squadra mobile di Palermo, afferente alla questura definita successivamente da Giovanni Falcone "un covo di talpe". 

Come è possibile vedere dalle immagini dei carabinieri, all'interno di una nota, si legge che il testo inviato è stato "respinto". Nel necrologio la famiglia scriveva, "con rabbioso rimpianto ricordiamo alla collettività il sacrificio di Beppe Montana, commissario P.S., rinnovando ogni diprezzo alla mafia ed ai suoi anonimi sostenitori". Il testo non venne mai pubblicato.

Le accuse che hanno portato al sequestro | VIDEO

Nell'aver accettato la richiesta della Procura, all'interno del provvedimento che ha disposto il sequestro e la confisca di una parte dei beni riferibili a Mario Ciancio Sanfilippo, il Tribunale per le misure di prevenzione scriveva che: "La linea editoriale imposta dal Ciancio alla testata giornalistica è improntata alla finalità di mantenere nell’ombra i rapporti tra la famiglia mafiosa (dei Santapaola n.d.r.) e le imprese controllate dalla medesima; di non porre all’attenzione dell’opinione pubblica gli esponenti mafiosi non ancora coinvolti dalle indagini giudiziarie e soprattutto l’ampia rete di connivenze e collusioni sulle quali il sodalizio poteva contare per mantenere la propria influenza nella provincia catanese".

Il provvedimento di sequestro e confisca

Realtà imprenditoriale, quella del gruppo editoriale, in cui lavoratori, a prescindere dagli esiti delle vicende giudiziarie, rimangono attualmente con il fiato sospeso, in attesa di capire le scelte dei due nuovi amministratori giudiziari inviati dal Tribunale. Anche perchè, come hanno spiegato i pm, "le casse del gruppo versano in una situazione molto critica".

"Provo stremo disagio di essere alla guida di una procura in cui decenni fa si negava anche l'esistenza di Cosa nostra - ha spiegato Zuccaro - è innegabile che oggi dobbiamo recuperare tutto il tempo perduto. Ci sono state però svolte significative: il mio predecessore Salvi ha saputo imprimere una linea importante. Abbiamo grandi responsabilità è vero - spiega ancora - ma il clima delle connivenze era come se avesse innalzato dei muri da abbattere, compito che oggi spetta a noi e che noi stiamo portando avanti con caparbietà".

Le indagini ed il ruolo di Ciancio

La tensione sulla tematica, del resto, si nota sin dalle prime parole del procuratore. Una scelta accurata di parole, per introdurre gli esiti di un decreto realizzati grazie al "lavoro certosino e scrupoloso dei magistrati, dei tecnici". Operato "ineccepibile", secondo il vertice dei pm, a partire proprio dai motivi che hanno portato il Tribunale a riconoscere la 'pericolosità sociale di Mario Ciancio'. "Gli accertamenti portati avanti dal Ros dei carabinieri e dal reparto Anticrimine - ha spiegato Zuccaro - hanno messo in luce un apporto costante nel tempo di Mario Ciancio nel rafforzamento di Cosa nostra, della famiglia catanese dei Santapaola, offerto attraverso tre tematiche che il Tribunale delle misure di prevenzione ha approfondito".

"Ecco come abbiamo individuato i 150 milioni" | VIDEO

La sordina sugli affari dei Santapaola-Ercolano

Tre filoni "correlati e connessi" ha spiegato ancora il pm, su cui si basa il fondamento giuridico del decreto di sequestro. In primo luogo, è stata riconosciuta la fondatezza dell'esistenza di "rapporti anche personali tra Ciancio e i vertici della famiglia catanese di Cosa nostra, impostato tra uno scambio di favori a partire dagli anni '70, dai tempi di Giuseppe Calderone, passando poi per Benedetto Santapaola". La sezione 'Misure di prevenzione' ha poi appurato che la "linea editoriale che Ciancio ha imposto al giornale e alle emittenti televisive era basata sul 'mettere la sordina' agli interessi economici controllati dai Santapaola a Catania e sull'ampia rete di collusione tra imprenditoria, vertici istituzionali e Cosa nostra".

Ma non solo. La "sordina" sarebbe stata applicata anche "su quelli che erano i personaggi di Cosa Nostra che non risultavano ancora pubblicamente colpiti da provvedimenti giudiziari. Solo in caso di provvedimento, i giornalisti si accodavano alle altre realtà editoriali e ne davano notizia". Il terzo aspetto, invece, riguarda "Il fatto che molte tra le più importanti iniziative imprenditoriali hanno coinvolto esponenti della famiglia catanese di Cosa nostra - ha aggiunto il procuratore - in speculazioni di carattere immobiliare, consentendo loro di lucrare generando ingenti guadagni. Sia per l'individuazione dei terreni destinatari di queste iniziative, che per l'individuazione dei soggetti che hanno poi effettuato i lavori all'interno delle aree interessate".

I rilievi del Ros dei carabinieri

Al maggiore Tarillo, della sezione Anticrimine dei carabinieri, è spettato il ruolo di ricostruire le indagini nel dettaglio: "L'attività si è rivelata estremamente complessa, sia per le dimensioni degli accertamenti svolti, che per la linea temporale - ha spiegato l'ufficiale - Abbiamo ricostruito fatti e condotte che si riferiscono a circa 40 anni, dagli anni Settanta al 2013. Per questo abbiamo dovuto attingere a fonti documentali antiche, dovendole poi riscontrare con l'aiuto di 11 collaboratori di giustizia", ha aggiunto. "In alcuni casi ci siamo riferiti ad elementi provenienti dal provvedimento 'Iblis', mentre abbiamo poi ricostruzione l'asset patrimoniale di Ciancio ed offerto in tal modo alla procura il materiale sul quale poi tecnicamente procedere per la quantificazione della sperecuazione con i redditi dichiarati dall'imprenditore".

Sequestro di beni nei confronti di Mario Ciancio | VIDEO

I pentiti

Secondo magistrati e carabinieri, sono stati diversi i collaboratori che hanno raccontato la loro versione dei fatti su Ciancio. Come ha spiegato la dottoressa Agata Santonocito, pm titolare dell'indagine insieme ad Antonino Fanara: "Un collaboratore palermitano, in particolar modo, ha riferito un episodio significativo che resituisce la misura dell'importanza di Ciancio soprattutto per i rapporti che era in grado di coltivare con ambienti istituzionali". "Il pentito Di Carlo riferisce infatti che in occasione dell'omicidio del sindaco di Trapani, nel 1980, Ciancio avrebbe avuto un ruolo nel veicolare la notizia che Benedetto Santapaola - fermato dai carabinieri insieme a Mangion e per questo accusato del fatto - fosse un 'grosso contrabbandiere' e non un boss". "Un altro collaboratore più recente - ha concluso la pm - Santo La Causa, ha raccontato di come Cosa Nostra abbia avuto una parte importante nel progetto Stella Polare, nei terreni di proprietà di Ciancio". 

Il rapporto tra Pippo Ercolano e Mario Ciancio

Sono stati poi due gli elementi che per i giudici hanno contentito di comprendere fno a che punto l'editore fosse "permeabile rispetto alle esigenze della criminalità", continua Santonocito. "Prima di tutto il rimprovero al giornalista Concetto Mannisi per un articolo del 1993, in cui etichettava Pippo Ercolano come 'noto boss della Cosa nostra catanese' - spiega il magistrato - Quello che ci ha colpito era l'apparente 'normalità' del fatto che un soggetto notriconosciuto come esponente di Cosa nostra avesse accesso a La Sicilia e davanti al direttore chiamasse davanti a sé il giornalista per chiedere di dare spiegazioni". Un altro altro episodio è invece risalente al 1982, quando "Ercolano, a seguito di un articolo, si era recato di gran furia nei locali per rappresentare la sua rabbia perché 'non si aspettava da amici comportamenti di questo tipo' ". Giuseppe Ercolano, noto come Pippo, è padre di Aldo Ercolano, condannato in via definitiva e indicato come mandante dell'omicidio del giornalista Pippo Fava. A spiegare meglio il primo episodio, in conclusione, è stato lo stesso Zuccaro: "Ciancio in quel caso prese le distanze dal comportamento di Mannisi proprio attraverso la convocazione del suo dipendente".

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