Coronavirus, da Milano a Catania: ultimo treno per il sud

Le testimonianze di chi rimane: "E'da irresponsabili scappare per tornare nei luoghi di origine e aumentare il rischio di contagio delle persone più care"

Se quelli che alla notizia dell'imminente “chiusura” delle “zone rosse” si sono dati alla fuga, sono le “eccellenze” che abbiamo esportato al nord negli ultimi anni, non c'è da rallegrarsi del loro ritorno. Da chi è partito dalla propria città per trovare “fortuna” in altre parti d'Italia, magari con un bagaglio culturale fatto di lauree, master e dottorati, ci si aspetterebbe un senso civico maggiore. Spesso si tratta di quelli che commentando il sottosviluppo delle loro comunità d'origine si compiacciono della loro nuova “civilissima” residenza”. Consapevolezza che viene messa a dura prova quando “si sceglie irrazionalmente di scappare per tornare nei luoghi di origine e aumentare il rischio di contagio delle persone più care”. Questa la frase che viene ripetuta da diversi catanesi che attualmente si trovano all'interno delle “Zone rosse” e che – contattate da Catania Today – hanno raccontato la loro esperienza di vita quotidiana alle prese con l'emergenza da Coronavirus.

La diffusione anticipata della bozza del decreto ministeriale che dispone il divieto di allontanamento e di ingresso in Lombardia e da altre 14 province, ha dato il via infatti a una vera e propria fuga, con l'assalto all'ultimo treno in partenza da Milano. “È un comportamento irresponsabile – commenta Fabio Salvaggio, dottore di ricerca catanese che da alcuni anni lavora a Milano e adesso presta servizio presso la direzione Cultura del Comune di Milano, al museo del Novecento – la situazione è già critica da diverso tempo, ma il nostro compito è quello di rispettare le indicazioni che provengono dalle autorità, anche se in questo ultimo periodo l'incertezza ha avuto il sopravvento. Il clima è di certo surreale – continua – vedere piazza Duomo deserta e le sale museali vuote non è uno scenario confortante. Chi quotidianamente lavora secondo regole stabilite ha dovuto adeguarsi alle nuove disposizioni: i luoghi pubblici sono stati dotati di dispositivi igienizzanti e rispettiamo le indicazioni su distanze e modalità di fruizione degli spazi pubblici. Purtroppo ho dovuto constatare che non sempre le disposizioni sono state seguite. Con le scuole chiuse le abitudini della mia vita familiare si sono necessariamente modificate”. Così come commenta Carla, che lavora presso un archivio documentale milanese: “La prima fase del contro-esodo è già iniziata quando si sono chiuse le scuole e le Università – racconta - tanti studenti fuori sede e insegnanti ne hanno approfittato per tornare a casa. Una scelta che però può denotare una mancanza di buonsenso. Tutto questo si è adesso manifestato in maniera direi psicotica – continua – le immagini della stazione e dei treni presi d'assalto ne sono testimonianza. Dal mio punto di vista è più rischioso mettersi in viaggio adesso piuttosto che restare e rispettare le disposizioni delle autorità amministrative e sanitarie”. Ma spesso l'irrazionalità ha il sopravvento come per esempio la scelta di una mamma di Catania che saluta il marito, rimasto a Milano per lavoro: "Torno perché giù c'è il mio bambino, ma ora ho paura, anche se sto bene, di poterlo contagiare. Pensavo ci controllassero almeno la febbre in partenza, invece nulla". Ancora una volta sono le situazioni di crisi a fare emergere le lacune nel senso di responsabilità dei cittadini, alle quali fanno da contraltare i limiti della classe dirigente.

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