Santa Maria di Licodia, ritorna da Codogno e viene messo in "isolamento": è polemica

Un'ordinanza del sindaco ha imposto per un ragazzo di 29 anni, e per la sua famiglia, un isolamento forzato sino al 9 marzo nonostante il giovane si fosse autodenunciato alle autorità sanitarie senza avere sintomi

Isolati, chiusi in casa per via di un'ordinanza del sindaco con il rischio di essere additati come degli "untori". La paradossale situazione la sta vivendo una famiglia nel catanese, a Santa Maria di Licodia, che sta provando sulla propria pelle gli effetti dell'onda lunga dei timori dovuti al Coronavirus. Non possono uscire dalla loro abitazione sino al prossimo 9 marzo né avere contatti con nessuno. Una sorta di regime di detenzione domiciliare. Il loro legale, l'avvocato Adriana Palumbo, ha inviato al Comune una richiesta di revoca in autotutela dell'atto che - secondo la sua visione - è illegittimo, lede la privacy dei loro assistiti e li danneggia oltremodo.

Da Codogno a Catania

Per ricostruire la vicenda occorre partire da Codogno, il piccolo comune in provincia di Lodi che si è rivelato essere uno dei focolai del virus. Qui vi lavora un giovane di Santa Maria di Licodia di 29 anni che, come tanti coetanei, è andato a trovare fortuna al Nord. Il ragazzo è rientrato a Catania, aereo, il 19 febbraio e dopo qualche giorno è "scoppiato" il caso del famoso paziente 1 che sarebbe un uomo rientrato dalla Cina e che avrebbe avuto contatti con altre persone, trasmettendo loro il virus.

Così il giovane siciliano, pur non avendo alcun sintomo, decide di avvisare le autorità locali e segue le procedure consigliate dalle autorità e chiama il numero 1500 per informare del suo arrivo da Codogno. Parlerà con il dipartimento di prevenzione dell'azienda sanitaria competente per territorio che prende, tramite il proprio delegato, quante più informazioni possibili sugli spostamenti del ragazzo e sui suoi contatti.

"Il mio assistito - spiega l'avvocato Adriana Palumbo - con grande senso di responsabilità ha subito avvisato il numero dedicato e ha anche ricostruito tutti gli spostamenti effettuati a Codogno, per evitare il rischio di contatti con il paziente 1 che non vi sono stati. Infatti non era né un suo collega di lavoro e per scrupolo ha chiamato la sua palestra che frequenta in Lombardia dove gli è stato assicurato che quell'uomo non era tra gli iscritti".

Così il ragazzo, pur non avendo sintomi così come i suoi famigliari, si è autoimposto una sua piccola quarantena limitando i contatti con l'esterno e nemmeno le autorità avvisate della sua presenza hanno intimato prescrizioni da tenere. Il tutto sino a quando la situazione è radicalmente cambiata lo scorso 24 febbraio con la consegna a casa di un'ordinanza vergata dal sindaco Mastroianni che ha imposto un isolamento forzato sino al prossimo 9 marzo a tutta la famiglia, stabilendo anche una "soreglianza attiva".

L'isolamento

Così l'ordinanza del sindaco, consegnata alla famiglia e poi pubblicata online nell'albo pretorio, ha imposto un isolamento forzato.

"Il padre del ragazzo - evidenzia l'avvocato - è un soggetto cardiopatico che segue una terapia mirata e dall'oggi al domani si è ritrovato in isolamento, senza nessun avviso e nessuna allerta e non hanno avuto nemmeno la possibilità di rifornirsi delle medicine necessarie o di altri beni".

Ma il punto maggiormente messo nel mirino è la presunta incompetenza del primo cittadino nel caso di specie: l'atto, secondo la tesi della difesa della famiglia, dovrebbe essere emanato dall'autorità sanitaria competente territorialmente e non dal sindaco. Per questa ragione il legale ha richiamato le ordinanze del ministero della Salute e della Regione che parlano sia della competenza di questi atti sia dei processi di isolamento e di verifica costante sulle condizioni si salute.

Infatti per "sorveglianza attiva" si intende una assistenza sanitaria continua, con misurazione della temperatura corporea e altri controlli di routine effettuati a domicilio. "Invece - conclude il legale Adriana Palumbo - i miei clienti non sono mai stati visitati da nessuno, non hanno effettuato alcun tampone e di fatto non c'è alcune sorveglianza attiva come prescrive la legge, ma soltanto un isolamento forzato illegittimo. Inoltre è stata violata anche la privacy, pubblicando i loro nomi e l'isolamento, considerati i 14 giorni dall'arrivo da Codogno, sarebbe dovuto eventualmente terminare giorno 4 marzo".

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I risvolti

Abbiamo provato più volte a contattare il sindaco ma non ci è stato possibile raccogliere le sue dichiarazioni. Da una parte c'è una famiglia in isolamento, dall'altro un primo cittadino che cerca di mettere in campo meccanismi di tutela della salute. Certamente, psicologicamente, non saranno giorni facili per questa famiglia di Santa Maria di Licodia. Adesso si attende se il Comune risponderà alla richiesta dell'avvocato di annullare l'atto o continuerà sulla linea della fermezza. Inoltre la richiesta di annullamento è stata inoltrata anche alla Prefettura di Catania e al Dipartimento di Prevenzione dell'autorità sanitaria territoriale.

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