In trincea contro il Covid, Cacopardo: "Alleggerire ospedali curando a casa chi ha sintomi lievi"

Parla a CataniaToday il primario del reparto di Malattie infettive del Garibaldi Nesima: "Bisogna rafforzare la medicina territoriale evitando che il paziente vada al pronto soccorso. Mortalità bassa, ma numeri alti significa che tante persone non ce la fanno. In estate commessi tanti errori..."

Professore Bruno Cacopardo, foto di Maddalena Bonaccorso

Nemmeno la mascherina riesce a celare il sorriso buono di Bruno Cacopardo, e la sua voce rassicurante. Il primario del reparto di “Malattie infettive” dell’ospedale Garibaldi Nesima, nonché ordinario della stessa materia nell’ateneo catanese, è da marzo in prima linea nella lotta al Covid-19. Sessant’anni, lunga esperienza all’estero, il professore fa parte del Comitato tecnico scientifico regionale, e ci riceve in un pomeriggio trafelato, come tutti quelli degli ultimi mesi. "In questo momento in corsia ho 40 persone - ci spiega - con un’età media di 45 anni. La situazione però è cambiata, rispetto alla primavera: la mortalità è diminuita, ma questo non vuol dire che si debba abbassare la guardia: perché sui grandi numeri, una mortalità pari a meno dell’1% vuol dire comunque tante persone che non ce la fanno”. E di tenere la guardia alta il professore parla – e scrive - da mesi, anche sui social media dove risponde sempre a tutti, con la gentilezza che lo contraddistingue: pazienti preoccupati, genitori ansiosi, per tutti c’è una parola di conforto o una spiegazione. "Dobbiamo fare di tutto per non trasmettere panico - spiega Cacopardo - e per riuscire a curare i paucisintomatici a casa, con il rafforzamento della medicina territoriale. Solo così possiamo alleggerire il carico sui Pronto Soccorso, che in questi giorni sono in grave sofferenza: anche se con numeri estremamente lontani, per fortuna, da quelli di altre Regioni”.

Peculiarità della pandemia in Sicilia

Sulla differenza tra la Sicilia gli altri territori colpiti molto più duramente, il professore spiega che se durante la prima fase del Covid-19 la Sicilia è stata graziata dal lungo lockdown e dalle misure di prevenzione imposte prima che la drammatica ondata arrivasse – molto rallentata - al sud, adesso paghiamo comunque tutti gli errori commessi in estate. "Solo io conosco almeno 10 persone che tra luglio e agosto sono andati in vacanza in luoghi ad altissimo tasso di circolazione del virus, e così facendo abbiamo dilapidato il patrimonio che avevamo - commenta Cacopardo - Dopodiché, la circolazione del virus è diventata endogena ed intrafamiliare, con i membri delle varie famiglie che si sono quindi contagiati a vicenda, allargando man mano la fascia di circolazione viremica. Ma ora è anche inutile recriminare: dobbiamo pensare ad affrontare l’inverno, mantenendo i nervi saldi e senza farci prendere dall’angoscia”. Angoscia che al Garibaldi Nesima viene comunque tenuta lontana: l’atmosfera, compatibilmente con la situazione, è serena e tutta l’equipe lavora all’unisono per attenuare i disagi e le sofferenze dei pazienti, prestando sempre la massima attenzione alle regole: "Abbiamo protocolli rigidissimi con percorsi sporchi e puliti separati, e mi piace ricordare il fatto che nessuno della mia equipe si è mai contagiato sul lavoro. Abbiamo avuto due casi, ma di persone che si erano infettate in altre situazioni”.

Numeri e dati per capire la pandemia in Sicilia

Ci sono poi le statistiche sui pazienti, “numeri”  e dati da analizzare con attenzione per poter prendere le decisioni giuste anche sul piano dei lockdown locali e delle zone rosse. "Attualmente c’è uno zoccolo duro di pazienti - spiega il professore - che scoprono di avere il Covid-19 perché arrivano in ospedale per altri motivi, per esempio per la dialisi, e  vengono quindi ospedalizzati nelle aree Covid perché non possiamo fare altrimenti: non possiamo certo mandare a casa pazienti bisognosi di dialisi. Poi c’è un gruppo di pazienti con sintomi non eclatanti, quelli che noi chiamiamo “mild” che si recano in pronto soccorso e che noi –se è il caso- ospedalizziamo per breve tempo, per poi far continuare le cure a casa. E poi c’è una quota, del circa il 15% del totale, caratterizzato da forme severe: alcune riusciamo a gestirle in reparto, li curiamo con cortisone, eparina e remdesivir e riusciamo a farli migliorare. Altri devono invece accedere ai reparti di rianimazione”.

E purtroppo,  ci spiega Cacopardo, tra questi ultimi pazienti c’è anche una quota che contrae la malattia in forma molto grave senza avere caratteristiche “tipiche”, come l’età anziana o la co-morbilità: attualmente, per esempio, a Catania è ricoverata una giovane donna di 27 anni, senza altre patologie, intubata. "La scienza ancora non si spiega - prosegue il primario - come mai alcune persone contraggono la malattia in modo così grave pur non essendo teoricamente “a rischio”. Adesso ci sono molti studi anche sui gruppi sanguigni, per esempio: i dati ci dicono che i pazienti con gruppo “A” sarebbero più sensibili e quelli con gruppo “0” lo sarebbero meno; io penso che la spiegazione sia in una sorta di predisposizione genetica”.

Protocolli clinici: sempre più accurati, ma con meno farmaci

E riguardo ai grandi progressi che la scienza ha compiuto in questi mesi di lotta al Covid-19, è impossibile non parlare di farmaci: perché se è vero che ormai i protocolli di cura sono stati standardizzati e non si procede più “ al buio” come nelle prima fase della pandemia, è anche vero che molti farmaci sono stati abbandonati, e il professore su questo ha molto da dire. "Durante i primi mesi, si curavano i pazienti con l’idrossiclorochina, che ora è stata vietata perché due studi importanti sostenevano che provocasse effetti collaterali negativi. Uno di questi studi è poi stato ritirato: io posso dire che sto raccogliendo dati da tutta la Sicilia, e presto renderemo noti i risultati, che sono “piccoli” perché riguardano poche centinaia di casi ma sono comunque dati importanti. Nella prima fase, l’idrossiclorochina ha dato esiti positivi, sia in termini di mortalità che in termini di percentuali di intubazioni. Il fatto di non poterla usare, a mio parere, non è molto sensato”. Idrossiclorochina a parte, ormai il protocollo è molto chiaro: per i pazienti Covid-19 si usano cortisone, eparina e  remdesivir, antivirale ormai noto a tutta la popolazione. Proprio riguardo a quest’ultimo, nelle ultime settimane si è percepita una certa preoccupazione riguardo a una presunta mancanza negli ospedali siciliani: "C’è una disponibilità limitata e selezionata, perché la somministrazione del remdesivir è fatta su richieste nominative: bisogna quindi indicare all’AIFA nome e caratteristiche del paziente da trattare, dopodiché l’Agenzia approva il trattamento e invia le dosi esclusivamente per quel malato. Però non è mai successo –e confido non succederà mai- che un paziente bisognoso di trattamento con remdesivir non sia stato trattato perché il farmaco non è arrivato”.

Organizzazione territoriale e di sistema

Se è vero che la Sicilia si trova ancora in una situazione migliore rispetto ad altre regioni, è innegabile che ci sia comunque qualche segnale di sofferenza, soprattutto nei Pronto Soccorso: ma secondo il professore, la situazione – soprattutto nel catanese, dove comunque i casi sono in forte crescita - il sistema sta reggendo l’onda d’urto: "La sofferenza c’è, perché è inevitabile che ci sia, durante un picco epidemico. Negli ospedali c’è comunque un iperafflusso e questo crea attese. Ma le unità territoriali funzionano, il reclutamento è avvenuto, e i protocolli reggono: con una buona gestione extra ospedaliera, i problemi si riducono di molto. E il segreto sta nell’individuazione e nelle cure precoci domiciliari: se appena si riscontra febbre o sintomi si parte subito con 2 o 3 farmaci, non si arriva a peggiorare e non si arriva in ospedale. Dei pazienti che io seguo a domicilio o telefonicamente, nessuno è poi finito in corsia. E’ fondamentale evitare il panico, evitare che il paziente in preda all’angoscia si precipiti al pronto soccorso”.

Il tempo dell’intervista è concluso, e il reparto reclama il suo primario: gli infermieri iniziano la lunga vestizione che consentirà loro di accedere alle stanze dei degenti, dove si combattono le battaglie contro il virus Sars-CoV2, mentre il resto dello staff è attorno al tavolo dei briefing.

Ma c’è ancora il tempo per qualche battuta: "Lo sa che il professore ci ha regalato le mascherine da usare fuori dall’ospedale?”, dice ridendo una giovanissima infermiera che si presta al servizio fotografico mentre si prepara per il turno. “Sono a fiori, divertenti, per tirare su il morale a chi, come noi, qui dentro deve usare solo FFp3”.

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