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Depistaggio Borsellino, l'Antimafia: "Anomalie investigative e giudiziarie"

Ieri pomeriggio, alla libreria Prampolini di Catania, è stata presentata la relazione della commissione Antimafia dell'Ars sul depistaggio che ha colpito l'inchiesta nata dall'omicidio del giudice Paolo Borsellino

Ieri pomeriggio, alla libreria Prampolini di Catania, è stata presentata la relazione della commissione Antimafia dell'Ars, che raccoglie cinque mesi di indagine - condotta dai parlamentari regionali - sull'ormai appurato depistaggio che ha colpito l'inchiesta nata dall'omicidio del procuratore Paolo Borsellino. Un documento 'intenso' che ricostruisce tutte le fasi più importanti che seguono l'esplosione di via D'Amelio, sia dal punto di vista investigativo che da quello giudiziario.

All'incontro, moderato dal giornalista di CataniaToday Mattia Gangi, hanno preso parte il presidente dell'Antimafia regionale, Claudio Fava e i due consulenti della commissione che hanno coadiuvato i parlamentari nel lavoro d'indagine: l'ex direttore della Dia ed ex Questore di Palermo e Messina, Tuccio Pappalardo, e l'ex Presidente del Tribunale di Catania, il magistrato Bruno Di Marco. 

"La relazione che abbiamo approvato in Antimafia sui depistaggi (al plurale) nelle indagini su via D’Amelio non restituisce clamorose verità ma una evidenza, questa sì, che ha a che fare con noi siciliani - ha spiegato Claudio Fava - molti capirono, molti sapevano, molti tacquero. Accanto alle “menti raffinatissime” che organizzarono assieme a Cosa Nostra la strage e il depistaggio, c’è una folla di minori (magistrati, poliziotti, funzionari dei servizi, capi e vicecapi di varia natura, prefetti, ministri…), tutti in varia misura colpevoli perché tutti consapevoli. Colpevoli di aver fatto finta di nulla di fronte alle scelte dissennate e incomprensibili di quelle prime indagini che determinarono, come si usa ormai dire, il più clamoroso depistaggio nella storia d’Italia".

Ricostruendo il clima dell'epoca, Tuccio Pappalardo, che nel 1993 era capo centro della Dia di Palermo, ha spiegato alcune incongruenze investigative, parlando di contatti tra il gruppo di indagine Falcone-Borsellino, diretto dall'ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, ed il Sisde. "In quei giorni convulsi - ha chiarito Pappalardo - io coordinavo sia Palermo che Caltanissetta ma mai, come Dia, ci venne chiesto di occuparci dell'indagine, anche se all'interno avevano validi uomini esperti di Cosa Nostra. Si preferì invece fare riferimento al gruppo 'Falcone - Borsellino' che faceva capo ad Arnaldo La Barbera che, come raccontano più testimoni, aveva contatti con i servizi di sicurezza, proprio per avere informazioni sui mafiosi palermitani".

Al giudice Bruno Di Marco, importante magistrato penalista etneo - ha rappresentato, tra le altre cose, la Procura Generale nel procedimento Orsa Maggiore, il processo che ha portato alla condanna di Santapaola per l'omicidio del giornalista Pippo Fava  - è toccato il compito di ricostruire tutti i complessi passaggi giudiziari che fanno parte dei processi 1, bis, ter e quater. Secondo il magistrato "tenendo in considerazione alcune sentenze - come, ad esempio, quella di primo grado del Borsellino Ter - si sarebbe potuta certamente riscrivere la storia processuale di questa vicenda, visto che il falso pentito Vincenzo Scarantino era stato ritenuto non credibile già prima dell'arrivo di Gaspare Spatuzza".

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