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Cronaca

La mafia in Sicilia, Dia: "No azioni eclatanti ma strategie silenti di contaminazione e corruzione"

Nella Relazione al Parlamento la Dia segnala come in uno scenario di stagnazione economico-produttiva, "trovano terreno fertile le consorterie criminali che potrebbero infiltrare le risorse della Regione anche in considerazione dei fondi del Pnrr destinati all'Isola"

In Sicilia si conferma "minimale" il ricorso alla violenza, mentre si continua registrare la convivenza sullo stesso territorio delle organizzazioni mafiose per la spartizione degli "affari". Nella Relazione al Parlamento la Dia segnala come in uno scenario di stagnazione economico-produttiva, "trovano terreno fertile le consorterie criminali che potrebbero infiltrare le risorse della Regione anche in considerazione dei fondi del Pnrr destinati all'Isola". La criminalità organizzata siciliana si presenta con caratteristiche diverse nelle varie aree della regione e la Relazione ricostruisce la geografia mafiosa. In particolare nella città di Catania, alle storiche famiglie si affiancano altri sodalizi, più fluidi e non organici a 'Cosa nostra'.

 “La città di Catania, epicentro dell’area metropolitana più densamente popolata della Sicilia rappresenta il fulcro economico e infrastrutturale del distretto del sud-est della Sicilia oltre che il principale polo industriale, logistico e commerciale dell’isola peraltro sede di un aero­porto internazionale che è il quarto in Italia per traffico passeggeri e di un grande porto com­merciale e turistico che rappresenta uno snodo strategico per il trasporto pesante su gomma da e verso i porti più importanti del centro e nord Italia”. Si legge nella relazione.

Una mafia sempre meno militare e sempre più capace di "penetrare e di confondersi nel tessuto economico legale" e nelle "dinamiche della gestione locale della cosa pubblica". Così messe da parte "azioni eclatanti e destabilizzanti per la sicurezza pubblica", i boss preferiscono stringere "patti corruttivi" con colletti bianchi e imprenditori.

"Minimale continua ad essere il ricorso alla violenza da parte di tutte le organizzazioni mafiose - si legge nel documento -. Le stesse infatti confermano la centralità del business che le vedrebbe, a volte contrapposte, a convivere sullo stesso territorio per la spartizione degli 'affari'. Questa mafia sempre più silente e mercantilistica privilegerebbe, pertanto, un modus operandi collusivo-corruttivo nel quale gli accordi affaristici non sono stipulati per effetto di minacce o intimidazioni ma sono il frutto di patti basati sulla reciproca convenienza". Una caratteristica, quella di "penetrare e di confondersi nel tessuto economico legale, in quello imprenditoriale e nelle dinamiche della gestione locale della cosa pubblica" che da sempre ha contraddistinto Cosa nostra catanese, ma che secondo la Dia adesso contraddistingue anche le altre articolazioni territoriali. 

"Nel tempo anche le altre organizzazioni di tipo mafioso hanno perseguito la medesima strategia - si legge nella relazione semestrale - abbandonando il più possibile l'idea di affermarsi sul territorio mediante azioni eclatanti e destabilizzanti per la sicurezza pubblica. Si preferirebbe quindi individuare, all'interno delle amministrazioni pubbliche locali e delle professioni o delle imprese, soggetti di riferimento in grado di garantire il perseguimento dei propri interessi illeciti". 

"E' la strategia mafiosa tesa a rafforzare l'interlocuzione con professionisti ed ambienti istituzionali che, abbandonando il tradizionale ricorso a metodi cruenti per il controllo del territorio, privilegia l'approccio corruttivo. L'azione spregiudicata e violenta del passato ha peraltro ceduto il passo alla necessità di adottare strategie silenti di contaminazione e di corruzione. Accanto al controllo del territorio, che resta comunque un'esigenza primaria dell'organizzazione, il percorso intrapreso dalle mafie è quello di inserirsi nel panorama sociale ed economico di riferimento 'coinvolgendo' la pubblica amministrazione tramite manovre corruttive".

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