Egemonia mafiosa, il collaboratore Squillaci: "Volevo rivoluzionare cosa nostra eliminando i Santapaola"

Le dichiarazioni di Franco "Mattiddina" all'interno delle carte dell'inchiesta Thor. L'ascesa e il profilo criminale dell'esponente di "cosa nostra" che nel 2018 ha deciso di collaborare dopo 25 anni di detenzione ininterrotta

“Franco, ti sto dicendo che lui faceva tutto di testa sua, ho preso tempo per fargli capire che stava prendendo una rotta sbagliata, lui non ha voluto ascoltarmi, che ti devo dire 'u fici ammazzari, puntu e basta”. Sono le parole di Enzo Santapaola, figlio di Nitto, riportate ai magistrati da Francesco Squillaci: al centro del colloquio tra i due, avvenuto a gennaio del 2008 presso l'infermeria di un reparto del carcere di Opera, c'è proprio l'omicidio di Angelo Santapaola. In quella occasione Squillaci iniziò a parlare lamentandosi del comportamento tenuto da Angelo Santapaola e del disinteresse che il clan aveva mostrato nei confronti della famiglia dei “Martiddina”, guidata proprio da Squillaci. Questo passaggio è contenuto nelle pagine dell'ordinanza dell'inchiesta Thor e sono proprio le dichiarazioni di Francesco Squillaci ad aver aggiunto i riscontri che mancavano per fare piena luce sulla serie di omicidi compiuti in un lasso di tempo compreso tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta.

Chi è Franco "Mattiddina"

Francesco Squillaci, nato a Catania il 19 dicembre del 1969, è stato condannato per associazione mafiosa e per omicidi plurimi aggravati commessi nel 1989, nel 1991 e nel 1992, compreso quello dell'ispettore di polizia Giovanni Lizzio. Transitato dal clan del “malpassoto” al clan Santapaola Ercolano, divenne ufficialmente “uomo d'onore” giovanissimo, la sua affiliazione avvenne nel 1994 nel corso di una “cerimonia” in cui vennero affiliati tanti altri personaggi: tutto nell'ambito di un progetto di riorganizzazione della famiglia di cosa nostra catanese a seguito delle operazioni di polizia che avevano decapitato la famiglia Santapaola. Eredita dal padre, Giuseppe Squillaci, la “responsabilità” della zona di Piano Tavola. In seguito gli venne dato mandato di eliminare tutti quelli che erano rimasti fedeli al “malpassoto”, colpevole, secondo la strategia mafiosa di aver prestato il fianco all'infiltrazione dei “palermitani” a Catania nell'ottica di estromettere l'egemonia santapaoliana.

Il 20 aprile del 2018 Squillaci manifesta la volontà di collaborare motivandola con il desiderio di dare una svolta alla sua vita - e a quella della sua famiglia e dei suoi figli - dopo 25 anni di carcerazione ininterrotta. L'attendibilità delle dichiarazioni di Squillaci, per i magistrati, è direttamente proporzionale alla sua caratura criminale: un personaggio ritenuto capace di influire nelle dinamiche interne del clan anche da detenuto. La sua collaborazione è considerata “genuina” poiché, oltre ad aver accusato di omicidio i propri congiunti (il padre e il fratello) si è autoaccusato quale esecutore materiale di decine di omicidi. Il suo ruolo all'interno del clan è consolidato, ha contatti quotidiani con i vertici del clan e incontra anche Nitto Santapaola a fine anni Ottanta, durante la latitanza: “Nitto godeva di amicizie importantissime nel mondo istituzionale – riferisce Squillaci nel verbale datato 30 maggio 2018 – tanto che quando andavo a trovarlo nelle villette dei Cesarotti tra San Pietro Clarenza e Mascalucia, io gli chiedevo se fosse prudente che lo andassi a trovare da latitante e lui mi rispondeva di stare tranquillo perché lì non sarebbe venuto nessuno”.

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"Volevo rivoluzionare cosa nostra"

Il racconto di Squillaci tocca tanti passaggi “strategici” della vita del clan: gli scontri con i clan avversari e le frizioni interne. Una storia che arriva fino al 2004, quando mette in campo il progetto di costituire una nuova famiglia mafiosa all'interno di “cosa nostra” da contrapporre ai Santapaola-Ercolano: “Io volevo rivoluzionare cosa nostra – riferisce ai magistrati Squillaci – ed eliminare il nome dei Santapaola. Volevo uccidere tutti quelli che portavano il cognome Santapaola e quelli della famiglia di Pippo Ercolano, perchè la famiglia di Iano Ercolano era mia alleata”. Perseguendo questi obiettivi inizia una “campagna” di affiliazioni in carcere e “il progetto inizia a prendere corpo grazie anche alle alleanze fuori: “Diversi gruppi, come gli Strano di Monte Po, gli Assinnata di Paternò, i fratelli Nizza e Saro Lombardo di Librino e San Cristoforo, il gruppo di Mascalucia diretto da Michele Guardo e dai fratelli Ercolano, figli di Iano facevano riferimento a mio fratello Nicoletto fuori e a me in carcere, ma le cose cambiarono con l'attentato ad Alfio Mirabile nel 2004”. Franco “Martiddina” voleva uccidere Pippo Ercolano: “Io ero già in contrasto con Pippo Ercolano, perché lui era stato sempre ostile alla mia famiglia e non tollerava che avessi fatto affiliazioni in carcere perché temeva il mio rafforzamento – racconta ancora Squillaci – inoltre lui era stato, insieme a Maurizio Zucchero, il mandante dell'attentato ad Alfio Mirabile. “Per contrastare queste affiliazioni – conclude – Pippo Ercolano e poi Angelo Santapaola iniziarono a dire che le affiliazioni in carcere non erano valide”.

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