Cronaca

Fabrizio Corona scrive a Piero Chiambretti dal carcere di massima sicurezza

Dalla lettera pubblicata su Fanpage: "Quando sono entrato in carcere sapevo sarebbe stata una battaglia, e in una battaglia ci sono i momenti di inevitabile sconforto, la sensazione di non farcela, ma l'orgoglioso progetto di ricostruzione che ho deciso di fare su me stesso è stato più forte"

Fabrizio Corona torna a parlare con il mondo esterno dal carcere di massima sicurezza di Opera, nel quale è recluso dal  17 marzo 2013. Scrive una lunga lettera e la indirizza a Piero Chiambretti e al suo “Supermarket”.

Su Fanpage la lettera integrale. Qui riportiamo qualche passo: "Quando sono entrato in carcere sapevo sarebbe stata una battaglia, e in una battaglia ci sono i momenti di inevitabile sconforto, la sensazione di non farcela, ma l’orgoglioso progetto di ricostruzione che ho deciso di fare su me stesso è stato più forte di tutta la merda che mi hanno tirato addosso in questi 480 giorni di galera. Mi sono attaccato al senso dell’impresa. Perchè senza impresa non c’è evoluzione, non c’è neanche vita vera. Nel tempo si è creata una fusione tra impresa ed esistenza quotidiana: è un’impresa crescere un bambino, trovare un lavoro, è un’impresa cercare di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, è un’impresa scoprire a che cosa si è chiamati per poi farlo appassionatamente, è un’impresa vivere una situazione sentimentale non ordinaria e saperla reinventare, rilanciare. Sono imprese tante scelte quotidiane. Ma tutto dipende solo da noi. Guai a dimenticarselo!".

"Sono un uomo in lotta con il proprio demone interiore che un minuto pensa di essere una bella persona, un figo, e un minuto dopo sbatte la testa contro il muro perchè si rende conto di ciò che ha fatto: combattere una battaglia giusto nel modo più sbagliato possibile. Oggi ho imparato a credere nei sentimenti, buoni e cattivi che siano. Ho visto cose incredibili nella mia vita, anche orribili. Ho vissuto momenti indimenticabili, ho superato tragedie che mi sembravano insuperabili, insopportabili. Ma sono qua. Nonostante tutto e tutti.

Sono qua per mio figlio, per la vita che ho la fortuna di poter vivere ancora e per quella che ho vissuto. Lo dico e lo scrivo spesso ai miei ragazzi, oggi più che mai; vivete, osate, tentate anche se fallite. Lo dico sempre a mio figlio Carlos Maria: non c’è niente di peggio che le qualità sprecate. Bisogna rischiare, osare, disubbidire e non aspettare che le cose accadano improvvisamente. Siamo noi i padroni del nostro destino. Del nostro futuro."

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