Il tumore in un libro: "Faccia di Luna", l'altro volto della speranza

Fabiana si ammala giovanissima di cancro al seno. Giorno dopo giorno racconta il suo viaggio e lo trasforma in un libro che è un vero e proprio inno alla vita

Fabiana ha solo 30 anni quando scopre di avere un tumore. E' una giovane donna dalla bellezza sorprendente, una pedagogista, una professionista caparbia, impegnatissima nel suo lavoro. All'improvviso però è costretta a mettere da parte ogni progetto davanti ad un referto inaspettato e spietato che recita: "carcinoma mammario". Quello che non mette mai da parte però è la speranza e la necessità di raccontare il suo difficile percorso verso la guarigione. 

Proprio mentre subisce un complicato intervento chirurgico e affronta i cicli di chemioterapia Fabiana sceglie la scrittura come strumento per esorcizzare la sofferenza. E scopre il potere terapeutico della narrazione. 

Con la sua penna, tra le pagine di "Faccia di Luna" edito da FdBooks, ricuce i pezzi di un percorso di lotta e coraggio, senza mai cadere nella retorica. Il lettore si trova davanti ad un testo che è un vero e proprio inno alla vita.

Attraverso il suo libro la giovane scrittrice catanese ha scelto, ancora una volta, di aiutare i più deboli. Parte degli incassi guadagnati dalle vendite di "Faccia di Luna" sono destinati alla Fondazione Lene Thun Onlus che si occupa supportare i minori e realizza progetti che sostengono i piccoli pazienti di oncoematologia pediatrica a Catania e in molte altre parti d'Italia. 

Fabiana quando hai ricevuto la diagnosi? E com’è cambiata la tua vita?

Ho ricevuto la diagnosi il 25 maggio 2017, dopo aver subito un primo intervento il 17 maggio dello stesso anno, stabilito per rimuovere quello che si pensava fosse - inizialmente - “un banale fibroadenoma”. La mia vita da quel preciso istante è cambiata moltissimo. Innanzitutto sono entrata in una dimensione parallela - dalla quale ancora non sono pienamente uscita -. Ho dovuto mettere in sospensione tutto: il mio lavoro, la mia vita privata, i miei progetti e pensare a vivere il presente combattendo con tutta me stessa per affrontare e superare la malattia. Ho cambiato totalmente la mia prospettiva esistenziale: se prima ero una meticolosa programmatrice, adesso fisso obiettivi solo a breve termine - o al massimo medio -. Se prima davo priorità al lavoro e all’impegno, ora lo dò alla salute e alla cura di me stessa. E poi - chiaramente -, la malattia e il contatto così diretto e vicino con la sofferenza e con “quella parola che inizia con l’undicesima lettera dell’alfabeto e termina con la quinta” - come scrivo nel libro - ti segnano talmente tanto nella tua persona, che di certo essa non può mai più essere la stessa di prima.

Oltre la chirurgia e la chemioterapia tu stessa parli nel tuo libro della tua “terapia complementare”, ovvero la scrittura. Raccontaci perché hai deciso di scrivere un libro.

In realtà - ed è questa la nota singolare - non ho “deciso” di scrivere un libro. L’unica decisione “programmata” ad un certo punto, è stata quella di “pubblicarlo”, mi spiego. Io ho iniziato a scrivere da subito all’inizio del percorso, senza questo fine ultimo, ma solo ed esclusivamente per me stessa. La scrittura è stata da sempre la mia cura sinergica, il mio “farmaco senza controindicazioni né data di scadenza”. Scrivere mi ha contenuto senza farmi stagnare; mi ha consentito proteggermi, anche di maturare e di andare avanti nel mio percorso di lotta e superamento della dura prova a cui ero stata sottoposta (e tutt’ora sta rappresentando uno straordinario salvagente per la fase successiva, altrettanto delicata). Solo ad un certo punto di tale percorso, quando ho notato che la mole di ciò che avevo scritto era diventata corposa, ho valutato l’idea di sottoporla a qualcuno di competente e capire se vi fossero le basi per renderla pubblica; e così è stato. Infine, poiché credo che scrivere qualcosa di proprio può essere un modo per lasciare una traccia della nostra esistenza e così in essa e oltre essa “eternarci”, non avendo la certezza che ce l’ avrei fatta, ho pensato che con il libro avrei continuato “a esistere”.

Adesso “Faccia di Luna” è diventato anche un recital e sarà presentato in questa forma il 23 giugno prossimo a Palazzo Vigo, a Torre Archirafi. Dalla carta alla scena, ci spieghi gestazione e obiettivi di questo progetto?

Il recital per me è stato un vero e proprio dono che ho ricevuto da questa triste esperienza, non posso definirlo altrimenti. Ed è stato frutto di un evento sincronistico (termine a me caro e che impiego nel testo col significato di “incontro casuale, ma trasformativo”). Mi spiego. Ho incontrato e conosciuto il curatore del progetto Marco Strano, in occasione della presentazione del libro del ripostese Salvatore Costanzo con cui condividiamo la stessa agenzia di editing, per cui avevo davvero tanto piacere a conoscere un ”compagno di scuderia”.  È stato lui dunque a sviluppare tutto, dall’idea, al corpo del recital, al coinvolgimento degli attori. Io personalmente dunque non ho fatto nulla se non cedere il mio libro nelle mani di professionisti che lo hanno apprezzato e ne hanno voluto vivificare il contenuto (e li ringrazio tantissimo per questo). Certo, sarà un'emozione notevole per me perché due giorni prima, un anno fa, iniziavo il primo ciclo di chemioterapia, mentre ora a distanza di un anno, mi ritrovo spettatrice di uno spettacolo sul mio libro; un bel salto insomma.

Dal tuo libro emerge un messaggio di grande forza e resilienza. Condividere un’esperienza così forte e dolorosa può essere d’aiuto anche a chi in questo momento sta affrontando questo percorso?

Personalmente credo che possa esserlo e in misura notevole, ma si badi bene, bisogna anche sentirsi “pronti” a farlo; solo in tal a caso a mio parere, sortisce gli effetti positivi ad esso connessi. Io ad esempio i primi tempi non ho voluto confrontarmi con nessuna esperienza analoga; parlare con nessuno, leggere nulla al riguardo. Temevo - conoscendomi - che potessi apprendere qualcosa che avrebbe potuto condizionare il mio atteggiamento nei confronti del mio percorso. Quindi mi sono data tempo. Però poi giunge un momento in cui non solo senti di riuscirci, ma anche di volerlo, di abbisognarne, così è accaduto per me. Lo dice lo stesso verbo: con-dividere, dividere con. Richiama per associazione il concetto di “ripartizione di qualcosa”, di “alleggerimento” se vogliamo, in questo caso del dolore, del senso di smarrimento e solitudine, che si provano in casi del genere; quindi con-dividendo certe esperienze, ci sentiamo meno soli, ci sentiamo compresi, addirittura ci rendiamo conto di come spesso agiamo in maniera simile, quasi mossi da un comune “inconscio collettivo”, come scrivo nel libro, è veramente straordinario.

 “Un tale Ramtha scrisse: Nessuno arriva a te per caso. Ciascuno arriva per una ragione. Io aggiungo: non solo nessuno, ma nessuna cosa, non solo ciascuno, ma ogni cosa”. Alla luce dell’assenza di qualsiasi forma di casualità in ciò che ti è accaduto che progetti hai per il futuro?

In primis continuare ad aver cura di me; e poi:“fare da damigella al matrimonio della mia migliore amica il prossimo settembre”; riprendere in mano il mio -vero- lavoro(pedagogista) per cui sto pensando di avviare uno studietto tutto mio, (sarebbe un sogno che si realizza per me), e infine, visti i riscontri positivi non solo dal pubblico, ma anche da personalità importanti come il prof. Duccio Demetrio –professore ordinario di filosofia dell' educazione all' Università di Milano-Bicocca, e fondatore del Centro Nazionale Ricerche e studi autobiografici e della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari- continuare a coltivare più strutturalmente la scrittura, (proprio nel settore della narrativa autobiografica), che in ogni caso, resterà sempre la mia “migliore e fervida alleata”.

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