Faide mafiose, vittime innocenti e casi di lupara bianca: fatta luce su 23 omicidi

L'omicidio di Angelo Santapaola sarebbe riconducibile all'ordine di Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto, all'epoca dei fatti a capo del clan. In quella occasione venne conferita la legittimità dell'assassinio di una persona che portava il cognome della famiglia

Sono le dichiarazioni di Francesco Squillaci, uomo d'onore della famiglia Santapaola-Ercolano, a dare il via alle indagini che hanno ripercorso vent'anni di storia criminale catanese: 23 omicidi, compresi 3 casi di lupara bianca, commessi tra la fine degli anni '80 e che hanno l'epilogo nel settembre 2007 con il duplice omicidio di Angelo Santapaola e Nicola Sedici. “Uno degli aspetti rilevanti di questa indagine – ha dichiarato il procuratore Zuccaro – è legato proprio all'omicidio di Angelo Santapaola, poiché sono stati acquisiti elementi certi sulla riconducibilità del delitto in capo a Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto che all'epoca dei fatti era a capo della famiglia, preoccupato dell'ingombrante presenza di Angelo Santapaola, della sua autonomia operativa e dei rapporti privilegiati con 'cosa nostra' palermitana. Questo significa – ha continuato – che in quella occasione venne conferita la legittimità dell'assassinio di una persona che portava il cognome della famiglia”. Questo omicidio, è stato oggetto di giudizio nell’ambito del procedimento Iblis, limitatamente alle posizioni di Vincenzo Aiello, condannato in via definitiva all'ergastolo perché direttamente coinvolto nel fatto di sangue e Salvatore Di Bennardo, responsabile di favoreggiamento personale. Con l'operazione odierna vengono identificati e raggiunti dal provvedimento di custodia cautelare , oltre a Vincenzo Santapaola, gli esecutori materiali dell'omicidio: Orazio Magri e Natale Filloramo, entrambi già detenuti per altre cause.

I nomi degli arrestati

Il contesto degli omicidi

Gli inquirenti hanno anche ricostruito il contesto 'storico' in cui sono maturati gli omicidi, un periodo, dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi anni Novanta, in cui “era presente l'infiltrazione mafiosa all'interno delle istituzioni”, come ha dichiarato il pubblico ministero Rocco Liguori in conferenza stampa. “La presenza di esponenti delle forze dell'ordine toccati dalla corruzione favoriva la fuga di notizie in ordine alle operazioni e le indagini che venivano condotte – ha continuato il magistrato – così come erano presenti elementi corrotti nella polizia penitenziaria che permettevano ampia libertà di manovra ai mafiosi detenuti al carcere di Bicocca. Bisogna però ricordare – ha concluso Liguori – che a fronte della presenza di alcuni elementi che disonoravano la divisa e i corpi d'appartenenza, c'erano dei servitori dello Stato che hanno pagato anche con la vita per aver svolto il loro lavoro in maniera esemplare”. Il procuratore Zuccaro si è soffermato inoltre sulle modalità efferate adottate in quel particolare momento dai clan criminali: “Era un periodo in cui si poteva essere uccisi anche per un sospetto o perché accidentalmente vicini alla vittima designata. Non si facevano sconti – ha continuato il capo dei magistrati catanese – era diventata prassi il sequestro, la tortura per estorcere informazioni, l'uccisione e il successivo rogo del cadavere con il metodo dei 'copertoni'.

Gli omicidi e i nuovi elementi

Squillaci, che si è autoaccusato di diversi omicidi, fornisce agli inquirenti ulteriori elementi a riscontro delle dichiarazioni rese nel corso degli anni da altri collaboratori di giustizia, (da Maurizio Avola, Umberto Di Fazio, Natale Di Raimondo, Fortunato Indelicato fino a Santo La Causa, Ferdinando Maccarrone, Fabrizio Nizza, Giuseppe Raffa e Claudio Severino Samperi), fino a questo momento rimaste prove di riscontro. Circostanza che ha permesso dunque di aggiungere un altro capitolo della storia, con l'ingresso di altri “protagonisti” fino ad oggi rimasti fuori dagli esiti giudiziari di questi casi di omicidio.

Le immagini dell'operazione

Omicidio Roberto Pistone, commesso in Catania l’8 maggio del 1992: sono chiamati a risponderne Aurelio Quattroluni e Francesco Di Grazia. L’omicidio va ascritto al conflitto tra i Mazzei, intesi carcagnusi, e i c.d.cursoti. In questa vicenda, i Santapaola-Ercolano agirono nell’interesse dei primi, appartenendo Pistone ai cursoti.

Omicidio di Santo Nunzio Tomaselli, commesso in Catania il 2 marzo 1992: sono chiamati a risponderne Natale Salvatore Fascetto, Francesco Maccarrone e Filippo Branciforte. La vittima era affiliata ai cursoti e l’omicidio va ascritto al conflitto tra questi ultimi ed i Mazzei, intesi carcagnusi, con i primi appoggiati dai Santapaola-Ercolano.

Omicidio di Sebastiano Villa, commesso in Catania il 12 febrbaio 1992: sono chiamati a risponderne Francesco Maccarorne e Filippo Branciforte. Non sono emerse le ragioni dei contrasti tra la vittima e Filippo Branciforte, che volle l’omicidio;

Omicidio di Carmelo Bonanno, commesso in Catania il 30 dicembre 1991: sono chiamati a risponderne Giuseppe Squillaci e Francesco Maccarrone. La vittima, appartenente ai cursoti, aveva frizioni con i fratelli Maccarrone i quali ne chiesero l’omicidio che, dunque, passò per fatto ascrivibile allo scontro in atto tra i cursoti ed i Mazzei, benché maturato in ambiti privati;

Omicidio di Rosario La Spina, commesso in Ragalna il 23 giugno 1992: sono chiamati a risponderne Giuseppe Squillaci e Santo Battaglia. Si tratta di un caso di 'lupara bianca'. L’omicidio fu voluto da Battaglia che riteneva la vittima inaffidabile, sospettandola di essere autore di confidenze alle forze di polizia

 Omicidio di Francesco Lo Moro, di anni 20, commesso in Motta Sant’Anastasia il 7 giugno 1994: è chiamato a risponderne Francesco Di Grazia. Le ragioni dell’omicidio vanno ricercate nel fatto che la vittima era considerata responsabile di una rapina ad un distributore dell’uomo d’onore Marcello D'Agata. Peraltro suo padre era ritenuto affiliato al clan Cappello, clan in contrasto con la famiglia Santapaola-Ercolano;

Omicidio di Angelo Bertolo, commesso in Catania l’1 luglio 1994: sono chiamati a risponderne Nunzio Cocuzza e Nunzio Zuccaro. L’omicidio ha una duplice causale: il fratello della vittima aveva avuto una lite con Giuseppe Di Giacomo, reggente del clan Laudani, ed era ritenuto legato al clan Cappello che la vittima, dal canto suo, aveva pubblicamente indicato come più importante della famiglia Santapaola-Ercolano

Omicidio di Antonio Maugeri, commesso in Belpasso il 19 settembre 1996: è chiamato a risponderne Angelo Marcello Magrì Marcello. La vittima, forte del rapporto con il gruppo dei c.d. 'Tupp'i di Misterbianco, era in disaccordo con gli Squillaci di Piano Tavola, a richiesta dei quali Magrì consumò materialmente il delitto;

Omicidio di Cirino Catalano, Salvatore Motta e Salvatore Sambasile, commesso in Lentini il 10 aprile 1991: sono chiamati a risponderne Giuseppe Squillaci, Francesco Maccarrone, Nunzio Cocuzza e Sebastiano Nardo. Si tratta di delitto commesso nell’interesse ed a richiesta del gruppo Nardodi Lentini. Motta, però, risultò estraneo agli assetti mafiosi e, dunque, rimase accidentalmente vittima del delitto;

Omicidio di Nicola Cirincione, commesso in Camporotondo Etneo il 4 ottobre 1990: sono chiamati a risponderne Aldo Ercolano, Giuseppe Squillaci, Francesco Di Grazia, Enrico Caruso e Francesco Maccarrone. La vittima apparteneva alla famiglia Santapaola-Ercolano e venne uccisa perché ritenuta inaffidabile in quanto tossicodipendente.

Omicidio di Salvatore Montauro, in Belpasso il 10 luglio 1991: è chiamato a risponderne Francesco Di Grazia. È un caso di c.d. lupara bianca ascrivibile al timore che la vittima, vicino ai Cappello, potesse compiere omicidi in pregiudizio dei Santapaola.

Omicidio di Antonino Paratore, commesso in Catania il 24 maggio 1991: sono chiamati a risponderne Giuseppe Squillaci e Francesco Maccarrone. Paratore, affiliato alla famiglia Santapaola-Ercolano, venne ucciso perché accusato di trattene per sé i proventi delle attività estorsive e di gestire in modo autonomo il traffico di stupefacenti.

Omicidio di Giovanni Tomaselli commesso in Catania il 24 maggio 1995: sono chiamati a risponderne Giuseppe Cocuzza e Cesare Natale Patti. La vittima, affiliata al clan Cappello, aveva ostacolato l’attività estorsiva dei Santapaola-Ercolano.

Omicidio di Agatino Zammataro, commesso in Catania il 20 novemnre 1996: sono chiamati a rispondere Filippo Branciforte, Angelo Marcello Magrì e  Giovanni Cavallaro. Agatino Zammataro, suocero di Magrì, venne ucciso per volontà di quest’ultimo e per dissidi di carattere familiare.

 Omicidio di Salvatore Calabrese e Gabriele Prestifilippo Crimbolo, commesso in Catania il 3 dicembre 1992: sono chiamati a risponderne Filippo Branciforte e Natale Salvatore Fascetto. L’omicidio venne eseguito a richiesta delle famiglie mafiose dell’ennese che mal sopportavano l’autonomia criminale dei due giovani.

 Omicidio di Vito Bonanno, commesso in Catania il 19 ottobre 1995: sono chiamati a risponderne Vincenzo Santapaola (nipote di Nitto) e Orazio Benedetto Cocimano. L’omicidio avvenne nell’ambito dello scontro tra la famiglia Santapaola-Ercolano ed elementi del disciolto clan del malpassoto, con la prima decisa ad eliminare coloro che non ne riconoscevano la supremazia.

 Omicidio di Pietro Grasso, commesso in Belpasso il 22 luglio 1989: sono chiamati a risponderne Nicolò Roberto Natale Squillaci e Francesco Maccarrone. La vittima apparteneva al clan dei c.d. Tuppi di Misterbianco e l’omicidio si inquadra nei contrasti tra questa associazione mafiosa ed il clan retto, all’epoca, da Giuseppe Pulvirenti, inteso u malpassoto.

Omicidio di Giuseppe Torre, di anni venti, commesso in Misterbianco il 16 febrbaio 1992: è chiamato a risponderne Alfio Adornetto. L’omicidio avvenne ad opera del clan del malpassoto perché tramite il ragazzo, figlio della compagna di Gaetano Nicotra del clan dei c.d. Tuppi di Misterbianco, contrapposto al primo, si voleva rintracciare il Nicotra che si era reso irreperibile per ucciderlo. Il ragazzo che non era a conoscenza di alcuna informazione utile fu interrogato, torturato ed ucciso e il cui cadavere fu poi bruciato con il metodo dei “copertoni”.

 Omicidio di Luigi Abate, commesso in Catania il 2 gennaio 1992: sono chiamati a risponderne Aurelio Quattrolunie Francesco Di Grazia. La vittima era ritenuta responsabile di furti di mezzi d’opera in relazione ai quali cosa nostra fu richiesta di intervenire.

Omicidio di Antonio Furnò, commesso in Valcorrente il 13 settembre 1990: sono chiamati a risponderne Aldo Ercolano e Francesco Di Grazia. Trattasi di un caso di c.d. lupara bianca verificatosi perché la vittima fu ritenuta responsabile di una rapina in danno di un supermercato di Aldo Ercolano.

Omicidio di Domenico La Rosa, commesso in Catania il 24 settembre 1992: è chiamato a risponderne Aldo Ercolano. La vittima era specializzata in rapine e, nel corso di una di esse, perpetrata nel 1983, venne ucciso il fratello di Francesco Arcidiacono, inteso u salaru, che pertanto chiese ed ottenne vendetta.

Omicidio di Maurizio Colombrita, commesso in Catania il 28 gennaio 1991: è chiamato a risponderne ERCOLANO Aldo Ercolano. La vittima era estranea ai contesti mafiosi e fu uccisa per errore in luogo del fratello, destinatario dell’attentato perché appartenente al clan Cappello.

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