Inchiesta "Giano Bifronte", condannato a due anni Corrado Labisi

Condannate anche la figlia Francesca e la moglie Maria Gallo, rispettivamente a 8 e 6 mesi: per tutti il reato è di associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita

È arrivata la condanna in primo grado per Corrado Labisi: 2 anni al presidente dell'istituto medico psico-pedagogico Lucia Mangano di Sant'Agata li Battiati finito al centro dell'inchiesta 'Giano bifronte'. L'ex “sovrano, gran commendatore e gran maestro della Serenissima gran loggia del Sud” era accusato di associazione per delinquere finalizzata a commettere appropriazione indebita. Condannate per lo stesso reato anche la figlia Francesca Labisi e la moglie Maria Gallo, rispettivamente a 8 e 6 mesi: tutti con sospensione condizionale della pena. L'inchiesta nasce dalle indagini sulla gestione dei fondi regionali destinati alla struttura che, secondo l'ipotesi accusatoria, sarebbero stati utilizzati per finalità diverse rispetto a quelle istituzionali di assistenza e cura dei malati. Somme che sarebbero state distratte dalla cassa, facendo lievitare le cifre riportate sui conti della clinica, per una cifra pari oltre 10 milioni di euro. Il processo si è celebrato con rito abbreviato e la difesa è riuscita a ottenere il non luogo a procedere per gli altri capi d'imputazione: “Abbiamo lavorato per far rimettere le querele alle persone offese – ha commentato l'avvocato Carmelo Peluso difensore di Labisi – il giudice ha dunque omologato la richiesta che è stata fatta congiuntamente con il pubblico ministero”. I legali attendono adesso il deposito delle motivazioni della sentenza per procedere all'appello: “E' un'associazione per delinquere un po' strana – ha commentato ancora l'avvocato Peluso - composta da papà, mamma e figlia. Leggeremo le motivazioni e agiremo di conseguenza”.

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Chi è “Giano Bifronte”

Corrado Labisi, massone, è conosciuto anche per l'istituzione del premio “antimafia” dedicato alla memoria dei giudici Saetta-Livatino-Costa, è da sempre molto attivo sulla scena delle relazioni “sociali”: il suo nome è venuto fuori anche nelle carte dell'inchiesta “Fiori Bianchi”, dove è stato documentato il suo rapporto di conoscenza con Giorgio Cannizzaro, considerato dagli inquirenti il faccendiere a Roma del clan Santapaola-Ercolano. Diverse intercettazioni riportano come Labisi chiamasse Cannizzaro “fratellone mio”. Ma le relazioni di Labisi si estendono anche oltre i confini nazionali, con attività che promuovono anche la cooperazione tra comunità locali e internazionali. Come nel caso dell'incontro con L’ambasciatore ucraino in Italia Yevhen Perelygin, organizzato a Catania proprio da Labisi nel 2014 e inserito nel giro diplomatico dell'ambasciatore finalizzato a sviluppare accordi bilaterali con l’Italia anche a livello regionale.

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