Cronaca

I focolai Covid non stoppano la tratta delle prostitute sulla Piana di Catania

La Caltagirone-Gela fin dal primo mattino si anima di donne straniere, moltissime di colore, giovanissime. Vendemmia (Sindacato polizia): "Il fenomeno della prostituzione, non costituisce reato, quindi più che le forze dell'ordine dovrebbero emettere ordinanza il Prefetto e invitare i Comuni territorialmente competenti ad attivarsi"

Il “mestiere” dilaga senza controlli, fra cumuli di spazzatura a bordo-strada, cani randagi e schiavitù a cielo aperto, senza alcun tracciamento sanitario o rastrellamenti da parte delle forze dell'ordine. Nella Sicilia centro-orientale, fra la Piana di Catania e la tratta “coast-to-coast” che porta a Gela, il pericolo diffusione della pandemia non stoppa la tratta delle prostituzione di colore. Decine di giovani donne, giornalmente si prostituiscono sulla Statale “Catania-Caltagirone”, e non solo. Un fazzoletto di pochi chilometri, della “SS 385”, che collega il capoluogo etneo con alcuni dei principali centri del Calatino, e che rappresenta “zona franca”, con donne-schiave, messe in strada dall' “industria” criminale della prostituzione. Una “bomba sanitaria” del contagio da Covid, senza alcuna forma di precauzione, con clienti di passaggio che coi propri mezzi non resistono al “canto delle sirene” ed agli approcci a bordo-strada, di queste povere vittime africane a noleggio.

“Ci sono angoli delle nostre strade che pullulano di donne di colore - dichiara la prof Pina Palella, già segretaria confederale della Camera del lavoro catanese per diversi anni, “combattente” sul campo per quanto concerne il “pianeta donna” e la legalità nella Cgil etnea -, una di queste è la Caltagirone-Gela che fin dal primo mattino si anima di donne straniere, moltissime di colore. Tantissime sono giovanissime. Alcune vengono trasportate quasi a forza da energumeni, che poi stanno nei pressi.

Schermata 2021-05-17 alle 16.33.53-2Altre scendono vestite in modo normale dagli autobus, poi si cambiano per attrarre i clienti. Sono prostitute, sono straniere, sono senza permesso di soggiorno. Sono donne e ragazzine costrette a stare lì, sotto il sole per ore ed ore, a sottoporsi alla molteplice varietà di clienti che, incuranti della pandemia da Covid-19, incuranti della condizione di assoggettamento a cui le donne sono sottoposte, le 'usano' come una qualunque merce, e poi vanno a casa dalle mogli, dalle compagne e dalle figlie. Se la prostituzione non costituisce in sé reato, lo costituisce però il favoreggiamento e lo sfruttamento, come è evidente dal sistema di 'protezione' attorno alle donne. Inoltre in una fase come questa in cui l'infezione virale da Coronavirus è ancora elevata, nessuna profilassi, nessun controllo è stato fatto dalle Asp di competenza a favore di quelle che, rappresentano le fasce più deboli della nostra società. Ed è per questo che chiediamo al Prefetto di Catania ed ai Comuni, con il supporto di associazioni di volontariato ma anche sindacali, di utilizzare postazioni mobili per dare aiuti concreti, effettuare tamponi e vaccinare chi, la strada non l'ha scelta. In tal modo, insieme ad una forte collaborazione con le polizie comunali, anche i 'clienti' sarebbero spinti a stare lontani. Offrire assistenza ed aiuto potrebbe spingere le donne vittime di tratta, a denunciare, e trovare un modo per uscire dall'incubo senza aspettare di morire. Ci sono case-rifugio dove poterle alloggiare, ed associazioni di volontariato pronte ad intervenire”.

Per il segretario etneo del “Sindacato Italiano Appartenenti Polizia”, il Siap, Tommaso Vendemmia, interpellato sul nodo prostituzione e possibili rischi di focolai Covid, “il punto è che il fenomeno della prostituzione, non costituisce reato, quindi a mio parere più che le forze dell'ordine dovrebbero emettere ordinanza il Prefetto ed invitare i comuni territorialmente competenti ad attivarsi, con la polizia locale e le associazioni, che verifichino le posizioni delle singole donne proteggendole o rimpatriandole. La tratta Catania-Gela attraversa circa 4 o 5 comuni. Un intervento 'una tantum' della Polizia in supporto ai Carabinieri, visto che i territori sono di competenza di questi ultimi, non porterebbe a risultati risolutivi, e quindi dovrebbe essere il Comitato dell'ordine e sicurezza pubblica a disporne la pianificazione degli interventi”.

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“La maggior parte di queste prostitute - continua Tommaso Vendemmia -, sono per la maggior parte nord-africane, nigeriane, quindi nulla di strano che dietro a tutto ciò ci sia la mafia nigeriana. Ma il punto è che la prostituzione, mestiere più antico di noi tutti, potrebbe essere debellata solo con interventi di concerto con le associazioni di volontariato e gli Enti locali. Nel senso che, se fermiamo una ragazza che è nigeriana, che è in regola con il permesso di soggiorno e i documenti, non possiamo effettuare assolutamente niente; mentre se ne troviamo qualcuna che non è in regola, devo avviare le procedure per invitarla a lasciare il territorio italiano; cosa che fa perdere solo tempo al poliziotto perché, una volta uscita dalla questura, non si recherà nel proprio Paese, ma andrà ad esercitare in Italia, magari da un'altra parte. Il problema di queste ragazze, che esercitano sotto estorsione, è di natura sociale: fare un blitz, con Carabinieri e Polizia, in tutta quella arteria che è la Catania-Gela, con ragazze che le vedi poi tornare al proprio posto, l'indomani, non servirebbe a niente. Una situazione italiana, complessa. Gli interventi efficaci, da effettuare, dovrebbero andare a ricadere più sulle associazioni che si occupano dei diritti delle donne: che dovrebbero occuparsi sostanzialmente di recuperare queste ragazze e di cercare di trovare loro una collocazione dignitosa, o di rispedirle a casa con un accompagnamento ad hoc. Si tratta di un problema di cultura generale, di soggetti maschi che vanno con queste escort e donne a pagamento. E' un po' come il fenomeno dei posteggiatori abusivi: esistono perché tu li paghi, viceversa se non fossero retribuiti dagli automobilisti, non esisterebbero più”.

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