L'infermiera del Policlinico: "Poche mascherine e niente tamponi: siamo a rischio"

La denuncia di una operatrice sanitaria che racconta la difficile realtà lavorativa con pochi presidi di sicurezza e il timore di poter essere un veicolo di contagio

Li chiamano "eroi", oggi tutti li osannano e sono gli "angeli" con il camice bianco che lavorano per affrontare una delle più terribili epidemie del mondo moderno. Il personale sanitario da oltre un mese sta affrontando con abnegazione il "mostro" covid19 ma la vita in corsia è difficile per medici e infermieri, esposti più degli altri a rischi elevati per la salute.

La provincia etnea è quella che ha fatto registrare, in Sicilia, il maggior numero di casi positivi al coronavirus. Catania Today ha intervistato chi ogni giorno vive in corsia e ne avverte responsabilità, rischi e timori. Luisa, questo il nome di fantasia, lavora da anni al Poclinico. Non è nei reparti "di frontiera" come malattie infettive o pronto soccorso ma racconta una realtà dura, acuita dalla mancanza dei dispositivi di protezione e dal timore di poter contrarre il virus da un momento all'altro. Mancanza che esiste nonostante gli accordi tra sindacati e ministero dello Salute che aveva stabilito alcuni punti fermi: le forniture di presidi di sicurezza e i tamponi per il personale. Ma tutto ciò non è ancora realtà.

- Come si lavora in questo particolare momento e cosa chiedereste per essere più sicuri e sereni?

"Io non lavoro "al fronte" ma anche noi che siamo negli altri reparti ci sentiamo costantemente in pericolo. Noi operatori sanitari potenzialmente potremmo essere un veicolo di contagio molto forte. Sarebbe necessario fare tamponi a tutti gli operatori per poter individuare e isolare i casi positivi, ma ciò non viene esaguito: soltanto chi ha sintomi o è entrato in contatto con un cittadino risultato positivo può eseguire il test. Così viviamo costantemente con l'ansia ed esposti al rischio".

- Tante sono le polemiche sul fronte delle mascherine. Mentre la politica nazionale e regionale si accusa a vicenda com'è la situazione attuale?

"Attualmente abbiamo a disposizione soltanto le mascherine chirurgiche che sono monouso. Per ogni turno ce ne sono pochissime e quindi, essendo contate, dobbiamo stare molto attenti a non "sprecarle". Non possiamo starnutire accidentalmente o sporcarla perché altrimenti non ve ne sarebbero tante altre di scorta. Soltanto al pronto soccorso o nei reparti più a rischio i colleghi hanno quelle con i filtri, ma anche in quel caso sono con il contagocce. Per non parlare del personale socio sanitario che passa spessissimo da un reparto all'altro e questa promiscuità è pericolosa per loro che lavorano con grande spirito di servizio. E' una situazione assurda".

- Secondo lei come ci si sta preparando all'eventuale picco dei contagi che potrebbe arrivare?

"Noi personale sanitario siamo assolutamente sottodimensionati e se ci dovesse essere un picco di contagi anche tra di noi ci sarebbero grossissime difficoltà per accogliere i pazienti. Inoltre anche le strutture ce la farebbero a fatica, senza contare che le aree dedicate al trattamento del covid19 dovrebbero essere isolate dal resto delle strutture sanitarie perché soltanto così si azzera il rischio di eventuali nuovi contagi. Ma la dimensione della forza lavoro è ciò che preoccupa: noi stiamo facendo doppi turni per evitare spostamenti dovuti ai turni spezzati, siamo esposti al rischio senza presidi e senza tamponi. Infine coloro i quali sono in malattia o hanno dei problemi di salute se ci sarà l'emergenza saranno obbligati a tornare al lavoro. Degli accordi sindacali presi sinora non si è visto nulla per tutelarci".

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