La Camera penale di Catania ricorda l'avvocato Serafino Famà

Il 9 novembre 1995, 25 anni fa, l'avvocato Serafino Famà veniva assassinato dalla famiglia mafia Laudani all'uscita dal suo studio, dopo una lunga e intensa giornata di lavoro, a Catania

Il 9 novembre 1995, 25 anni fa, l'avvocato Serafino Famà veniva assassinato dalla famiglia mafia Laudani all'uscita dal suo studio, dopo una lunga e intensa giornata di lavoro, a Catania. Lo ricorda la Camera penale della sua città, a lui intitolata, sottolineando che il penalista era 'un avvocato che prendeva di petto le questioni", eppure "il suo assassino sparò alle spalle di un uomo coraggioso". "Purtroppo l'emergenza Covid-19 - osserva l'avvocato Turi Liotta,l presidente della camera penale Serafino Famà - c'impedirà di incontrarci, di vivere assieme in presenza questi giorni di Memoria, che non è solo ricordo ma è insegnamento, esempio e progetto di vita professionale".

"Pensando ai giorni importanti di questa memoria, di questi 25 anni - aggiunge Liotta - abbiamo riascoltato la voce di Serafino Famà, impegnato in uno dei cruciali processi di criminalità organizzata di questa nostra città, pochi giorni prima di morire colpito alle spalle. Una voce che dice molto dell'Avvocato Famà, di quell'uomo che sino all'ultimo aveva speso i suoi 'talenti' per difendere imputati, accusati di gravi reati, per assicurare e tutelare l'insopprimibile e incomprimibile diritto di difesa di ogni individuo".

"Agli avvocati - osserva Liotta - è chiesto coraggio e prudenza: coraggio per essere vicini, come faceva Serafino Famà, alle esigenze di chi "deve" essere difeso, colpevole o innocente imputato o persona offesa che sia, prudenza per cura di affetti vicini e per la propria salute e quella di chi si incontra". "Agli avvocati - aggiunge Liotta - è sempre chiesto coraggio: delle proprie ragioni, dei propri argomenti, della propria funzione. Perchè l'avvocato è al servizio dei diritti dei cittadini ed è la Sua alta professione che consente allo Stato di affermare la sua prerogativa di dirimere controversie, tutelare gli offesi e sanzionare i responsabili, nella legalità delle sue leggi e dei principi sovraordinati. Non sono parole roboanti o principi fissati sulla carta e dimenticati nella vita - chiosa Liotta - sono il fondamento di uno Stato, di una comunità di cittadini che vive, e vuole continuare a vivere, secondo la forza della ragione e non secondo la ragione della forza".

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