Lettera al Papa di un detenuto mafioso, oggi artigiano dei presepi

Il detenuto in questione è Alfio Diolosà Sofia, 52 anni, catanese, condannato a 25 anni di carcere cumulati per una serie di reati commessi. Dalla rapina all'estorsione, all'associazione mafiosa

Il Papa Benedetto XVI ha incontrato i carcerati nell'area verde di Rebibbia. E tra i dialoghi che alcuni di essi hanno avuto con il Papa, anche la lettera di un detenuto etneo letta dal Guardasigilli. Il detenuto in questione è Alfio Diolosà Sofia, 52 anni, catanese, condannato a 25 anni di carcere cumulati per una serie di reati commessi. Dalla rapina all'estorsione, all'associazione mafiosa. La sua attività, infatti, era legata al clan Santapaola. L'ultima volta che lo hanno arrestato è stato a causa di una rapina all'ufficio postale di Motta Sant'Anastasia. In quell'occasione Diolosà rimase ferito per la reazione di un poliziotto fuori servizio e, all'epoca, era latitante e utilizzava una carta d'identità falsa. Dovrà rimanere recluso per un'altra decina di anni nel carcere di Cagliari, sotto custodia con "alta sicurezza".

Lo scorso lunedì ha incontrato il ministro della Giustizia, Paola Severino, durante una visita nel carcere di Cagliari e le ha donato un presepe in miniatura da lui realizzato e una lettea che è stata letta ieri dal ministro davanti al Papa.

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"Mettersi in contatto con persone recluse nelle carceri, o internate negli ospedali psichiatrici giudiziari, vuol dire mettersi in contatto con un mondo di sofferenza, solitudine, umiliazione, che non deve essere ignorato, dimenticato a chi chiede ascolto, comprensione, rispetto e soprattutto spirito fraterno. Quando si riesce a dare tutto questo senza giudicare, senza pregiudizi o falsi moralismi, ma cercando soltanto di far capire, di scoprire l’umanità di ognuno, facendo distinzione tra errore ed errante, allora il dialogo si apre e si illumina come una finestra verso la luce.

È triste e frustrante aver sbagliato perché prima o poi, si mette in discussione se stessi, si dubita delle proprie capacità di recupero e di reinserimento, e ci si convince di essere incapaci di poter cambiare vita, e allora viene meno la speranza di venire accettati come persone degne di stima, macchiate per sempre, e si perde la forza di vivere.

Tutto questo lo si sente dai nostri racconti di vita, dalla solitudine affettiva alla paura di perdere gli affetti lasciati fuori dalle mura, dalla disperazione repressa del sentirsi inutile, senza un lavoro che ti aiuti a sentirti vivo alla rabbia e all’impotenza davanti alle mille ingiustizie della vita carceraria.

Non c’è posto, oggi come duemila anni fa, per chi è senza voce, per chi non ha mezzi, prestigio, potere, ed è per questo che si scatena la lotta e la Pace resta un’utopia nonostante le tante parole, le marce e persino le preghiere, se queste non si tramutano in fatti concreti così come ci ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo.

In carcere ci sono persone delle culture più diverse, psicologie più varie fino a quelle patologiche, persone con reati diversi, dal piccolo ladruncolo al pluriomicida, persone di età diverse, dai quattordicenni agli ultraottantenni, posso affermare che in tutti, salvo qualche eccezione, ho trovato e trovo tutt’oggi una certa sensibilità, spesso repressa o come impolverata, ma capace di risplendere di nuova luce usando comprensione, sincerità, coerenza, amicizia e soprattutto disponibilità di accoglienza nella società.

Ogni anno, in certi eventi come la Natività di Nostro Signore, o per la Santa Pasqua, ci sentiamo naturalmente tutti più Buoni, ma penso che al punto in cui siamo arrivati, non si tratta soltanto di fare qualche opera buona, ma di operare giustizia facendo “posto” nella società, così sfacciatamente opulenta, a coloro che vivono ai margini, perché anche noi siamo parte integrante di questa nostra società.

Se aiuteremo la barca di nostro fratello ad attraversare il fiume, anche la nostra barca avrà raggiunto la riva. Buon Natale
”.



 

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