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Stroncato il clan Cappello-Bonaccorsi: ronde notturne e telecamere per "spiare" la polizia

Sono quindici i fermati nell'ambito dell'operazione "Minecraft" della polizia. Le accuse sono di associazione mafiosa, spaccio e porto abusivo di armi. Avevano installato diverse telecamere per monitorare i movimenti degli agenti

Sono quindici i fermati ritenuti affiliati al clan Cappello-Bonaccorsi dell'operazione "Minecraft" della polizia di Stato. Sono accusati di associazione di tipo mafioso, con l'aggravante di essere associazione armata, associazione a delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanza stupefacente e spaccio in concorso, con l'aggravante di avere agevolato il clan Cappello-Bonaccorsi; detenzione illegale e porto in luogo pubblico di diverse armi clandestine da guerra nonché ricettazione in concorso, con l'aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare il clan Cappello-Bonaccorsi. Capi e organizzatori della cosca sarebbero Massimiliano Cappello e Salvuccio Lombardo.

Video | Gli spari ai gatti

Nello specifico le complesse indagini condotte dalla squadra mobile di Catania e dal servizio centrale operativo, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, erano state avviate a seguito della scarcerazione di Massimiliano Cappello - fratello dello storico leader Turi Cappello - avvenuta il 16 giugno 2019. Gli inquirenti hanno subodorato la possibilità della riorganizzazione del clan Cappello-Carateddi, duramente colpito dai numerosi provvedimenti giudiziari succedutisi senza soluzione di continuità negli ultimi anni e hanno dato vita a una lunga indagine.

Le indagini

Le investigazioni condotte nei confronti di Massimiliano Cappello hanno permesso di individuare uno dei suoi più fedeli collaboratori cioè Emilio Gangemi che, nel periodo coperto dalle indagini, ha rivestito il ruolo di factotum visto che lo stesso Cappello era limitato negli spostamenti per via della sottoposizione alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Il monitoraggio dei due ha permesso di far emergere l’impegno di Cappello nel riprendere in mano le fila del clan, tanto da organizzare presso la sua abitazione, dove era stato avviato un monitoraggio capillare con la videosorveglianza nonché incontri con esponenti storici dell’organizzazione, talora fissati presso abitazioni di terzi soggetti estranei al clan ma a disposizione degli indagati, al fine di scongiurare eventuali controlli da parte delle forze dell’ordine.

I nomi degli arrestati

E’ altresì emerso che Cappello gestiva una piazza di spaccio sita nel popolare quartiere di San Giovanni Galermo, fattivamente collaborato sul posto da Giuseppe Paolo Rapisarda, detto "Paolo cupittiuni”, che sovrintendeva alle attività di vendita della "merce". Il clan Cappello è da sempre stato caratterizzato dalla suddivisione in squadre operanti nei diversi quartieri cittadini. Ciò è stato ulteriormente riscontrato nel corso della presente indagine che ha consentito di individuare, oltre alla squadra facente capo a Cappello anche la frangia riconducibile a Salvuccio Jr Lombardo, figlio di Salvatore inteso “u ciuraru” e cugino di Turi Cappello.

Le telecamere per "sorvegliare" la polizia

Lombardo jr, nonostante la giovane età, era a capo della squadra più pericolosa della consorteria mafiosa, che aveva raggruppato un notevole arsenale e che aveva la sua base operativa nei villaggi balneari di Campo di Mare e Ippocampo di Mare, siti nel parco dell’Oasi del Simeto all’estrema periferia sud di Catania.

Video | Le immagini dell'operazione

I due villaggi costruiti a ridosso del mare e quindi già difficilmente accessibili erano stati non solo colonizzati dagli indagati, ma trasformati in veri e propri fortini presidiati da impianti di video sorveglianza e da vedette al fine di prevenire qualsivoglia intrusione da parte di forze di polizia o comunque da soggetti non autorizzati.

A tal proposito, temendo di essere destinatari di misure cautelari, i membri del clan non solo trascorrevano le notti aggirandosi in prossimità degli uffici di polizia, per monitorare l’eventuale uscita di mezzi che potessero lasciar presagire l’esecuzione di provvedimenti di cattura, ma avevano anche pianificato (dotandosi a tal fine di idonei strumenti tecnici) l’installazione di telecamere in corrispondenza di punti di interesse, tra i quali anche la sede della Squadra Mobile di Catania. A collaborare con Lombardo jr vi era Sebastiano Cavallaro, preposto alla gestione degli affari riconducibili illeciti del gruppo principalmente il traffico di un particolare tipo di sostanza stupefacente denominata, in gergo, “amnesia” proprio in relazione agli effetti prodotti sul fisico di chi la assume. I due potevano altresì contare sulla stabile partecipazione all’organizzazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti di Francesco Cavallaro, Giuseppe La Rocca, Giuseppe Spartano, Giuseppe Distefano e Renzo Cristaudo.

Le armi e la droga 

Nel corso delle indagini sono stati diversi i sequestri di droga. Ad esempio nell'abitazione di Francesco Cavallaro sono stati trovati 22 kg circa di marijuana, strumenti per la pesatura e materiale per il confezionamento. Invece la perquisizione compiuta in casa di Giuseppe La Rocca ha consentito di rinvenire una vera e proprio serra adibita alla coltivazione della marijuana, nella quale si trovavano 73 piantine e tutta l’apparecchiatura necessaria alla cura ed alla crescita delle stesse piante.

Video | Il trasporto delle armi

Il traffico illecito gestito dal clan era certamente molto redditizio così come dimostrato dal sequestro della somma di oltre 100mila euro in banconote contanti. L’aspetto più interessante dal punto di vista criminale che denota l’elevatissimo grado di pericolosità del gruppo è certamente quello relativo alla disponibilità di una vera e propria santabarbara ed alla abitudine degli indagati a girare armati. La custodia e la manutenzione dell’arsenale erano affidate a Giuseppe Distefano e a Suru Costel, detto Mariu u rumeno, persone di estrema fiducia ed abili nel maneggio delle armi.

Nell'abitazione di Distefano sono stati sequestrati: 4 giubbotti antiproeittile, 1 pistola mitragliatrice 9x19 marca Luger, priva di segni identificativi, corredata da un caricatore privo di munizionamento con silenziatore; 1 pistola mitragliatrice calibro 7,65 marca Skorpion calibro 7.65 Browing, corredata da un caricatore privo di munizionamento; 1 fucile mitragliatore calibro 9 marca Sterling modello MK5, corredata da 2 caricatori a banana ed un silenziatore avvitato alla canna; 1 pistola semi automatica modello 70 marca Beretta, calibro 7.65, con matricola abrasa, corredata da un caricatore privo di munizionamento; 1 pistola semi automatica marca COLT mod Government, calibro 380; 1 pistola semiautomatica Beretta modello 71 calibro 22 LR, corredata da un caricatore privo di munizionamento; 1 fucile Beretta modello AR70 Sport, calibro 222R. corredato da un gruppo ottico e da 2 caricatori; 1 fucile d’assalto tipo Kalashnikov, calibro 7.62 x 39, corredato da un caricatore privo di munizionamento, una busta in plastica trasparente contenente varie cartucce. Inoltre vi erano anche  Kalashnikov, una pistola semi automatica marca Glok con matricola parzialmente abrasa completa di caricatore contenente 10 cartucce dello stesso calibro; 1 pistola semiautomatica marca Beretta mod.92 S cal. 9x19, con canna filettata, matricola obliterata;. 1 scatola in cartone per munizioni marca Browing Coult con all’interno nr.38 cartucce marca Geco cal.380 a.c.p. ed inoltre nr.1 cartuccia cal.9x19 marca Luger.

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