Cronaca

“Nessuno si deve permettere di partecipare a quest'asta”, le direttive di Scuto dal carcere

Al centro della lettera indirizzata a "Rino" Messina c'era la vendita all'incanto di un complesso immobiliare al centro di Viagrande, sede del vecchio “Bar Portobello”

Non erano solo “pizzini”, quelli che Orazio Scuto riusciva a far recapitare fuori dal carcere: in una occasione gli investigatori hanno intercettato ben 13 facciate di fogli manoscritti. Si trattava di vere e proprie missive indirizzate a “Rino”, ossia Litterio Messina. L'ordinanza che ha portato alla sbarra gli esponenti del clan Laudani mette nero su bianco anche il ruolo fondamentale delle figlie di Scuto: i messaggi venivano occultati all'interno delle confezioni di succo di frutta o di cioccolato kinder, per poi essere consegnate ai destinatari. La polizia giudiziaria è riuscita a intercettarle durante i controlli ma per ragioni investigative le aveva rimesse al loro posto dopo averle accuratamente fotografate. Al centro delle disposizioni impartite da Orazio Scuto c'era la vendita di un complesso immobiliare al centro di Viagrande, sede del vecchio “Bar Portobello”.

Le mani della mafia nelle aste giudiziarie

“Nessuno si deve permettere di partecipare a quest'asta”, scrive Scuto in una delle due lettere indirizzate a “Rino” Messina. Chiunque avesse avanzato pretese o fatto offerte avrebbe dovuto “dare conto” a lui. Il progetto era ambizioso: “Facciamo un bar più bello e organizzato dei paesi etnei – si legge nel testo riportato nell'ordinanza di custodia cautelare - e ritorniamo agli anni '80, quando a Viagrande saliva tutta Catania”. L'immobile e il bar erano stati ipotecati dai vecchi proprietari a garanzia di un mutuo contratto con un istituto di credito. Debito che non riuscirono a saldare e pertanto la banca chiese al giudice di mettere all'asta i beni. L'interesse di Scuto era quello di stroncare sul nascere qualunque interesse nell'acquisizione che provenisse dall'esterno. Dell'affare, infatti, investe Litterio Messina: “Gestisci tutto tu con e carisma e intelligenza... Perché nel buono e cattivo, in tutti i costi, e buone maniere o brutte maniere, il bar e lo stabile deve essere nostro”.

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Le due lettere che trattano l'argomento “bar Portobello” erano indirizzate una a “Pippo e Rino” e l'altra solamente a “Rino”, in ambedue Scuto dà precise indicazioni sulle modalità di gestione dell'affare: “Il bar completo deve essere nostro...Rino conosci tutto bene alla precisione il discorso prima del mio arresto, se il 'ponchio' è interessato sai bene come fare, ci parli di persona che io e Carmelo siamo interessati e lui non si deve mai mai permettere”. Carmelo è “Melo Squatrito”, ossia Carmelo Bonaccorso già arrestato nell'operazione “Vicerè”. Litterio Messina doveva scoraggiare con ogni mezzo i tentativi di riacquisto da parte di altri soggetti, Scuto aveva anche intimato ai familiari dei vecchi proprietari di non presentare offerte per l'acquisto. L'immobile interessava a molti, poiché si trova in una posizione centrale del paese etneo, ma Messina era già in possesso di tutto il fascicolo relativo al procedimento: “Minchia c'è la valle – confida Messina alla moglie durante una conversazione intercettata dagli inquirenti – ancora deve uscire all'asta e ho già tutto”. Una base d'asta di 278 mila euro per un immobile che nelle valutazioni che ne fa Messina varrebbe oltre un milione di euro. Ed è proprio la moglie a suggerigli di non lasciar trapelare alcuna informazione in merito: “Tu mostra sempre mezzo culo”.

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