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Lunedì, 6 Febbraio 2023
Cronaca

Duecentocinquanta euro al mese per dare "protezione" e "la carta delle estorsioni": ecco come si muoveva la squadra di Lineri

Duecentocinquanta euro al mese. Questa la cifra che circa venti attività imprenditoriali, attive in più svariati settori, dovevano versare al clan, articolazione territoriale del clan Santapaola-Ercolano per ottenere “protezione”. E' quanto emerso dall'indagine "Sabbie mobile", condotta dalla polizia e coordinata dalla Procura distrettuale di Catania, che questa mattina ha portato all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare

Duecentocinquanta euro al mese. Questa la cifra che circa venti attività imprenditoriali, attive in più svariati settori, dovevano versare alla compagine di Lineri, articolazione territoriale del clan Santapaola-Ercolano, radicata nell’area nord del capoluogo etneo, per ottenere “protezione”. E' quanto emerso dall'indagine "Sabbie mobili", condotta dalla polizia e coordinata dalla Procura distrettuale di Catania che, questa mattina, ha portato all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettante persone, accusate di estorsione, tentata rapina, ricettazione ed intestazione fittizia di beni. Il provvedimento restrittivo ha colpito anche i beni patrimoniali dell’organizzazione, disponendo il sequestro di un’attività commerciale, fittiziamente intestata a soggetti di comodo, nonché autoveicoli nella disponibilità dei soggetti organici del clan e utilizzati per compiere le varie attività criminose.

L'intimidazione che fa scattare le indagini

Le indagini hanno origine dalla richiesta estorsiva avanzata nei confronti di un noto ristoratore catanese al quale erano stati prospettati, nel mese di agosto 2019, attentati incendiari se non si fosse sottomesso al pagamento del pizzo. Allo stesso imprenditore erano state anche recapitate due cartucce calibro 7.65 da parte di due affiliati al sodalizio mafioso, con l’avvertimento che se non avesse accettato le loro richieste sarebbe stato oggetto di attentato. Le indagini della squadra mobile, avrebbero consentito di identificare gli autori di entrambi i tentativi di estorsione in Nunzio Mammino e Alessandro Di Stefano, esponenti della squadra di Lineri.

La gerarchia della squadra di Lineri

Le indagini approfondite condotte dagli investigatori della sezione antiestorsione della squadra mobile catanese, ha permesso di ricostruire l’organigramma del gruppo criminale il cui vertice sarebbe stato individuato in Girolamo Rannesi, coadiuvato dai fratelli Salvatore e Giuseppe, e dal fedele affiliato Alfio Currao, che sarebbe legato alla famiglia Rannesi da ininterrotta comune militanza e da consolidati rapporti personali di amicizia. L’importanza, nel panorama criminale, della famiglia Rannesi sarebbe rafforzata dal vincolo di sangue che Girolamo Rannesi aveva con Giuseppe Pulvirenti detto "u Malpassotu", di cui era il genero, tanto che sarebbe considerato un uomo d’onore di Cosa nostra catanese ed uno dei soggetti di riferimento per il sodalizio mafioso in tutta la Provincia. In questo contesto erano inseriti anche i cosiddetti gregari dell’organizzazione che, sotto il comando di Giuseppe Donato, braccio destro di Girolamo Rannesi e la cui officina avrebbe rappresentato il quartier generale del sodalizio, svolgevano il compito di esecutori (come la riscossione delle estorsioni e la commissione di rapine e di altre attività illecite).

La carta delle estorsioni

In occasione di uno degli arresti, è stata rinvenuta e sequestrata la cosiddetta "carta delle estorsioni" il cui contenuto sarebbe l’elenco delle attività commerciali taglieggiate, mascherate attraverso l’indicazione che si trattava di numeri da giocare all’enalotto con l’evidente fine di depistare eventuali investigazioni in caso di rinvenimento. In proposito, sono state individuate numerose attività imprenditoriali (circa una ventina) che da anni hanno versato all’organizzazione mafiosa ingenti somme di denaro con cadenza mensile o semestrale. Si è stimato, approssimativamente, che l’organizzazione incassasse da ogni singolo imprenditore, mediamente, la somma di 250 euro mensili con un profitto illecito annuale di circa 70 mila euro, la cui parte veniva destinata alle spese per la difesa legale degli arrestati e al sostentamento economico delle loro famiglie di cui i capi del clan si erano fatti carico.

La carta delle estorsioni-2

Messina: "Su 32 estorti solo la metà ha collaborato"

Le dichiarazioni delle vittime del pizzo, che si sono determinate a collaborare con gli inquirenti, denunciando le condotte criminose, hanno rappresentato una delle principali fonti a supporto dell’operazione. In altri casi, nonostante l’evidenza della prova, subendo il timore di possibili ritorsioni, i commercianti hanno preferito tacere o dire il falso e sono in atto indagati per il delitto di false informazioni.

Una reticenza condannata, ancora una volta dal direttore centrale anticrimine della polizia di Stato, Francesco Messina: "Su trentadue casi di estorsione, soltanto la metà hanno collaborato. Un altra metà si è guardata bene dal denunciare e collaborare con la giustizia. Una cattiva condotta che va stigmatizzata, perchè sui fenomeni estorsivi abbiamo investito in repressione e sono anni che abbiamo inciso su questo spazio criminale. Non è concepibile - sottolinea Messina - che si consideri  l'azione della criminalità organizzata come azione protezione. L'unica protezione consentita è quella dello Stato, il resto è crimine". 

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