"Hanno ucciso i miei genitori e siamo dimenticati dallo Stato"

La denuncia di Rosita Solano, figlia dei coniugi uccisi nell'agosto del 2015 a Palagonia da un ospite del Cara di Mineo

Rabbia e amarezza si mischiano a un dolore composto ma lancinante nelle parole di Rosita Solano, la figlia dei coniugi barbaramente uccisi nell’agosto del 2015 a Palagonia dal diciottenne ivoriano Mamadou Kamara, un immigrato ospite del Cara di Mineo.

Suo padre Vincenzo, 68 anni, con la moglie Mercedes Ibanez di 70 anni, era tornato nella sua terra di origine dopo una vita trascorsa da emigrato in Germania. Una piccola villetta, una vita tranquilla, un orto da curare e una nipotina da amare.

La vita sarebbe continuata a scorrere con le piccole gioie del quotidiano per i due coniugi, sino a quando il loro aguzzino entrò nella loro abitazione. Fu una violenza bestiale quella di Kamara che aveva già precedenti penali. Gli inquirenti trovarono sangue ovunque: dopo aver ucciso Vincenzo Solano aggredì anche la moglie, violentandola e poi scaraventandola dal terrazzo.

Il tutto per una rapina finita male. Poi in un borsone aveva raccolto cellulari, elettrodomestici e suppellettili e con la sua bici, come se nulla fosse, indossando i vestiti dell’uomo che aveva appena ucciso aveva fatto rientro al Cara. Venne fermato per via degli indumenti sporchi di sangue e da lì fu semplice ricostruire i suoi movimenti anche grazie alle telecamere di sorveglianza.

La tragedia ha sconvolto tutta Italia e dopo 4 anni Rosita Solano pensava di aver chiuso, sotto l’aspetto giudiziario, la vicenda con la condanna all’ergastolo e 12 mesi di isolamento diurno per l’ivoriano.  Invece, la scorsa settimana, la notizia che ha fatto ripiombare nell’angoscia la famiglia: il legale dell’uomo è ricorso in appello. Quindi un nuovo processo e un nuovo capitolo da scrivere e da affontare.

- Come si sente dopo aver appreso la notizia che è arrivata in concomitanza con il quarto anniversario della tragedia?

“C’è rabbia. Non mi sento più una cittadina italiana perché non sono tutelata. Le vittime in questo Paese non sono tutelate ma vengono tutelati solo i carnefici. L’uomo che ha ucciso i miei genitori è stato accolto in Italia, ha fatto quello che ha fatto e ha usufruito del gratuito patrocinio. A me, che è accaduta questa tragedia, non è concesso nulla. Ci siamo sobbarcati le spese legali, le spese per il sostegno psicologico, le spese per gli spostamenti a Catania perché io vivo a Milano e spesso i voli sono carissimi e non li possiamo programmare in anticipo”.

- Perché non si sente cittadina italiana?

“Le istituzioni non mi hanno risposto. Ho fatto continui richiami alle istituzioni e ai ministri che erano in carica quando avvenne il fatto, ho lanciato appelli sulla stampa e sulle emittenti nazionali ma non si è mai fatto sentire nessuno. Non è arrivato nemmeno un telegramma di condoglianze alla nostra famiglia dopo l’omicidio. Le vittime non sono tutelate: non hanno assistenza legale né psicologica e debbono provvedere, se ce la fanno, a proprie spese a tutte le esigenze. Io mi sono trovata questa situazione, invece chi l’ha causata ha più tutele di me”.

- E’ tornata nella casa di Palagonia dove è accaduto il fatto?

“No, perché è ancora sotto sequestro. Non possiamo entrarci. Anche in quel caso dobbiamo sostenere le spese perché continuiamo a pagare le tasse sull’immobile e le utenze. Non torno in Sicilia con piacere. Lo faccio per parte della mia famiglia che è ancora lì: c’è mia sorella e la mia nipotina che è scampata per un miracolo alla tragedia. Di solito lei dormiva dai nonni nel fine settimana ed è stato solo un caso che non si sia trovata in casa il giorno in cui è arrivato l’assassino”.

- Una tragedia che si poteva evitare?

“Nell’omicidio c’era premeditazione. Aveva addocchiato i miei genitori mentre facevano la spesa al supermercato, sapeva dove abitavano e si era già preparato un varco nei giorni prima tagliando una rete. La sera non sarebbe potuto uscire dal Cara secondo le regole, ma lo ha fatto ugualmente e soltanto grazie ai controlli dei militari all’ingresso, dopo i fatti, è stato scoperto. Abbiamo aspettato la giustizia per quattro anni e adesso si ricomincia da capo”.

- Chi le è stato vicino?

“Tutta la comunità di Palagonia è stata ed è ancora molto vicina alla mia famiglia. Abbiamo ricevuto lettere, chiamate e solidarietà da tutta Italia. Gli unici politici che sono venuti e ci hanno dato segnali concreti sono stati Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Salvini ha dedicato la chiusura del Cara di Mineo ai miei genitori, ci siamo sentiti recentemente e l’ho ringraziato perhcé ha mantenuto una promessa che aveva fatto, ma non basta. Servono tutele per le vittime”.

- Lei è in contatto con altre vittime di tragedie simili?

“Sì, con due associazioni e tante famiglie. Le storie sono tutte molto simili: i carnefici hanno le tutele, i famigliari no e pagano un doppio dolore. Occorrono leggi diverse e stiamo lottando per questo, per riconoscere tutele ha chi ha subito reati cruenti. Quando accadde il fatto a Palagonia non ci fu un medico, uno specialista che ci abbia aiutato attraverso lo Stato. Abbiamo dovuto cercare sostegno da soli”.

- Cosa pensa dell’immigrazione e delle politiche sinora intraprese e di quelle future?

“Serve sicurezza prima di tutto. Sono figlia di emigrati. Mio padre ha lavorato una vita in Germania rispettando sempre il luogo che lo aveva accolto e ospitato. Io sono emigrata da piccola e ho sempre rispettato le leggi e ho lavorato con dignità, come tutta la mia famiglia. L’accoglienza fatta a Mineo era un ammasso di persone che avevano lanciato avvisaglie: vi erano furti, danni nelle campagne, occupazione delle strade. Serviva un sistema diverso e adesso ne serve uno che garantisca tranquillità e sicurezza per tutti”.

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