Operazione "Equilibri", il capo clan Fragalà intercettato: "Fusione tra catanesi e casalesi"

Il clan Fragalà aveva stretto rapporti di collaborazione con una fazione del clan dei casalesi, nello specifico quella capeggiata da Corrado De Luca

Una vera e propria “fusione tra catanesi e casalesi”: così definiva il rapporto tra le due organizzazioni criminali Alessandro Fragalà, 61 anni, a capo del clan omonimo che si era ritagliato un dominio criminale in terra laziale, lontano da Catania, città d'origine. L'ordinanza di custodia cautelare relativa ai soggetti coinvolti nell'operazione “Equilibri” mette nero su bianco i capi d'imputazione che vanno dalle estorsioni, effettuate ai danni di imprese utilizzando i tipici metodi dell'intimidazione mafiosa, al traffico internazionale di droga, passando per la detenzione di armi.

La struttura dei Fragalà

Alessandro Fragalà viene scarcerato a gennaio del 2015, a fare le sue veci durante la carcerazione era il nipote 41enne Salvatore, il quale gestiva in particolare i componenti del clan presenti in Sicilia. Un ruolo di primo piano era ricoperto anche dal fratello di Salvatore, Sante Fragalà. È quest'ultimo che, da collaboratore di giustizia, ha ricostruito agli inquirenti la genesi del gruppo criminale: era il 2009 quando su incarico dello zio Alessandro, all'epoca detenuto, iniziarono a “raggruppare un po' di gente” per realizzare il controllo dell'area compresa tra Pomezia e Ardea e poi tutto il litorale, tanto da assoggettare gli spacciatori locali e costringerli a versare loro parte dei guadagni. Un gruppo autonomo con relazioni stabili e continuative con soggetti appartenenti al clan - egemone in terra natìa - Santapaola-Ercolano. Rapporti testimoniati dagli affari condotti con la collaborazione di Angelo Arena, già coinvolto nel novembre 2017 nell'operazione “Chaos”, così come sono emersi contatti tra i Fragalà e Giorgio Cannizzaro, il quale alla luce dell'inchiesta “Fiori Bianchi” è considerato il collegamento tattico tra i Santapaola-Ercolano e la galassia degli “affari romani”.

I rapporti con i Casalesi

Il clan Fragalà aveva stretto rapporti di collaborazione con una fazione del clan dei casalesi, nello specifico quella capeggiata da Corrado De Luca. Secondo quanto descritto nell'ordinanza di custodia cautelare il rapporto dei Fragalà con i camorristi è di tipo stabile. “La relazione tra le organizzazioni si costituisce, nel tempo, su un piano di parità – scrive il giudice - il raccordo operativo era rappresentato da Santo D'Agata mentre la compagine campana era rappresentata, oltre che da Corrado De Luca stesso, dai suoi emissari Vincenzo Di Lauro e Emiddio Coppola, detto “Emilio” e Nicola Diana, inteso 'U Mancin'. La collaborazione tra i due sodalizi comprendeva l'uso della forza di intimidazione dei Fragalà per la risoluzione di problematiche maturate in ambito criminale in territorio laziale e riguardanti persone di interesse del clan campano; la creazione di sinergie per investimenti immobiliari e commerciali in Italia e all'estero e la partecipazione dei casalesi a viaggi e incontri in Sicilia per la trattazione di affari o interessi illeciti". Gli inquirenti, nell'arco temporale compreso tra luglio e settembre 2014, registrano ben 304 contatti telefonici tra i componenti del clan Fragalà e i casalesi.

In una prima fase il rappresentante di Corrado De Luca presso i Fragalà era Vincenzo Di Lauro che però viene destituito a causa di frizioni interne ai casalesi, ruolo che verrà dunque assunto ad agosto del 2015 da “Emilio” Coppola: “Oggi rivesti un ruolo particolare – dice Alessandro Fragalà intercettato – Corrado ti ha reso responsabile e ogni qualsiasi cosa la devi riferire a me e a Santo”.

Traffico di droga

Gli inquirenti hanno fatto emergere i contatti tra i due sodalizi criminali soprattutto in relazione al traffico di stupefacenti. Una delle transazioni più consistente portate a termine ha avuto come oggetto un carico di 400 chilogrammi di hashish dalla Spagna: nell'affare erano coinvolti Alessandro Fragalà, Santo D'Agata e 'Emilio' Coppola dei casalesi. Era appunto la Spagna il paese dal quale i Fragalà importavano il maggior quantitativo di hashish e marijuana. A riscontro delle dichiarazioni rese dal collaboratore Sante Fragalà ci sono i numerosi viaggi in terra iberica effettuati da Salvatore Fragalà: ben 4 nel bimestre giugno agosto del 2014. Dopo la scarcerazione del capofamiglia Alessandro nel 2015, gli inquirenti ricostruiscono, attraverso le intercettazioni telefoniche, la detenzione e l'offerta in vendita di un quantitativo di hashish e marijuana pari a 200 chilogrammi, parte del quale destinato a una “famiglia palermitana operante nel quartiere di Ciaculli”. In questa occasione Santo D'Agata e gli emissari palermitani avevano posto le basi per l'instaurazione di un rapporto continuativo che avrebbe previsto la vendita di centinaia di chili al mese in territorio palermitano: “Sto ragazzo dice che vuole duecento chili alla settimana, dice se si può portare direttamente là cosi evitiamo di fare queste cose, gli ho detto il trasporto lo fate voi o lo volete da noi?”.

Le armi

La collaborazione con i casalesi emerge anche “per soddisfare le reciproche necessità di disporre di armi pulite, (vale a dire mai utilizzate per la commissione di delitti) o di sporche, in funzione dell'uso a cui erano destinate”. Nel 2015 è stata registrata una conversazione ambientale tra Alessandro Fragalà e Emiddio Coppola: i due facevano riferimento alla richiesta fatta da Corrado De Luca, il quale faceva presente che “a Casale” c'era disponibilità di armi “sporche”, ma difficoltà a reperirne di “pulite”. Alessandro Fragalà dunque manifesta a Emilio Coppola la volontà di voler regalare a De Luca una pistola che teneva da parte per suo personale e che non era mai stata utilizzata: “Gli dici, guarda in base a quello che hai chiesto, siccome sta provvedendo a trovarti anche la seconda... La sua personale ti sta mandando e ti chiede una cortesia, in cambio di due pistole anche sporche, Corrado ce ne mandi due, una automatica e una a tamburo... Perché io le devo adoperare...Non voglio lasciare bossoli a terra”.

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