Processo Scuto, sequestro dei beni confermato per il "re dei supermercati"

La difesa di Scuto, rappresentata dagli avvocati Guido Ziccone e Giovanni Grasso, ha sempre sostenuto che Scuto avrebbe agito da "vittima di estorsioni da parte delle mafia" e che "pagava il clan per evitare ritorsioni personali"

La Corte d'appello di Catania ha rigettato la richiesta di dissequestro di parte dei beni dell'imprenditore Sebastiano Scuto. I giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello (presidente Tiziana Carrubba, a latere Anna Muscarella e Carmen Giuffrida) hanno così respinto la richiesta di dissequestro dei beni presentata dalla Difesa dell’imprenditore. 

Nell'ordinanza si legge: “…in ordine alla richiesta della difesa va innanzitutto precisato che non può trovare applicazione il disposto dell’art. 624 bis c.p.p. (articolo sull’annullamento parziale, ndr) che concerne esclusivamente le misure cautelari personali e trova applicazione nelle sole ipotesi di annullamento senza rinvio (Cass. Sez. 3, Sentenza 10156 del 01/02/2002)... Entrambi le parti invocano, sotto diversi profili, l’applicazione dell’art. 323 c.p.p (perdita di efficacia del sequestro preventivo, ndr). La restituzione delle cose sequestrate a chi ne abbia diritto è circoscritta, dal primo comma della norma, al caso di sentenza di proscioglimento e sempre che non debba essere disposta la confisca ex art. 240 c.p....Ne consegue che, come rilevato dal P.G., il decreto di restituzione dell’85% dei beni sottoposti a sequestro da parte del Tribunale, rectius la sua immediata esecuzione, risulta emesso contra legem, tenuto conto che l’ipotesi di cui all’art. 416 bis comma 7 c.p. integra un caso di confisca obbligatoria e che il provvedimento è stato emesso esclusivamente in conseguenza della confisca parziale, dunque su un capo di sentenza non esecutivo e non per il venire meno delle esigenze cautelari, unica ragione che, in astratto, avrebbe consentito la revoca del sequestro (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 8533 del 09/01/2013 C.c (dep. 21/02/2013)” .

La Corte d'appello di Catania, il 18 aprile del 2013, aveva condannato Scuto a 12 anni di reclusione dalla Corte d'appello per associazione mafiosa. Una decisione che ha ribaltato, in parte, la sentenza di primo grado, emessa il 16 aprile del 2010 dalla seconda sezione penale del Tribunale di Catania, che aveva condannato l'imprenditore a 4 anni e 8 mesi di reclusione, ma assolvendolo dall'accusa di avere gestito a Palermo centri commerciali in comune con i boss Bernardo Provenzano e i fratelli Lo Piccolo, e dissequestrato tutti i beni dell'imprenditore, confiscandone "una quota ideale del 15%". I giudici di secondo grado lo avevano poi invece riconosciuto colpevole di collegamenti con la mafia palermitana e disposto la confisca di tutti beni.

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La difesa di Scuto, rappresentata dagli avvocati Guido Ziccone e Giovanni Grasso, ha sempre sostenuto che Scuto avrebbe agito da "vittima di estorsioni da parte delle mafia" e che "pagava il clan per evitare ritorsioni personali".

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