Tratta di esseri umani dalla Nigeria, donne costrette a prostituirsi dopo riti voodoo

L'indagine ha avuto inizio dalla querela presentata da una donna di nazionalità nigeriana dedita al meretricio per una patita aggressione ad opera di altra connazionale

Ben 15 persone di nazionalità nigeriana sono finite in manette a Catania con l’accusa di aver gestito una tratta di esseri umani dalla Nigeria. In particolare sono ritenute responsabili, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone ai danni di giovani donne di nazionalità nigeriana, di singole ipotesi delittuose di tratta di persone, con l’aggravante della transnazionalità, per avere reclutato, introdotto, trasportato e ospitato giovani donne nigeriane al fine di costringerle ad esercitare la prostituzione e del reato di sfruttamento della prostituzione.

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In particolare, 9 dei soggetti tratti in arresto rispondono del delitto di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone ai danni di giovanissime donne di nazionalità nigeriana, minori degli anni diciotto, e di averle  esposte ad un grave pericolo per la vita e l’integrità fisica (facendo loro attraversare il continente di origine sotto il controllo di criminali che le sottoponevano a privazioni di ogni genere, le segregavano ed in alcuni casi  le costringevano con violenza  a subire atti sessuali ed, infine, le facevano giungere in Italia via mare a bordo di imbarcazioni occupate da moltissimi migranti esponendole ad un altissimo rischio di naufragio).

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Altri quattro destinatari rispondono, in concorso tra loro, del reato di tratta di persone ai danni di  donne di nazionalità nigeriana con l’aggravante di aver agito al fine di sfruttarne la prostituzione, mentre solo due dei soggetti tratti in arresto rispondono, singolarmente, del reato di organizzazione e sfruttamento della prostituzione ai danni di numerose prostitute nigeriane.

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Il provvedimento restrittivo accoglie gli esiti di una complessa e articolata attività investigativa di tipo tecnico coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania ed avviata dalla Squadra Mobile - Sezione Criminalità Straniera e Prostituzione.

Gli arrestati sono:

NOSAKHARE Tina (cl.1988) tratta in arresto a Catania;

IDEHEN Faby Osagie (cl.1993), intesa “Osaghie”, tratta in arresto a Catania;

SAMUEL Cynthia (cl.1982), intesa “Yunise”, tratta in arresto a Siracusa;

UYOR Chineyere Marvelous (cl.1989), intesa “Chichi”, tratta in arresto a Licodia Eubea (CT);

AKORO Gift (cl.1988), intesa “Pamela”, tratta in arresto a Giugliano in Campania (NA);

LOKIKI Toyin (cl.1985), intesa “Juliet”, tratta in arresto a Giugliano in Campania (NA);

OTASOWIE Faith (cl.1986), intesa “Naomi”, tratta in arresto a Castel Volturno (CE);

AIDIAGBONYA Beauty (cl.1980), tratta in arresto a Vigodarzere (PD);

OMOFOMWAN David Ewere (cl.1979), tratto in arresto a Vigodarzere (PD);

AGYAPONG Albert (cl.1976), inteso “Capo Albert”, tratto in arresto a Mondragone (CE);

EBHODAGHE Irene (cl.1972), intesa “Mummy Shade”, tratta in arresto a Catania.

Nei confronti di altri quattro destinatari di misura cautelare, in atto trasferitisi all’estero, è in corso la procedura per l’emissione di mandato di arresto europeo e per l’estradizione.

L'indagine ha avuto inizio dalla querela presentata da una donna di nazionalità nigeriana dedita al meretricio per una patita aggressione ad opera di altra connazionale, aggressione asseritamente dovuta al rifiuto opposto dalla denunziante ad una richiesta di denaro avanzatale quale corrispettivo del permesso di esercitare la prostituzione in una strada di questo centro.

La donna era da tempo vittima di tratta ad opera di una coppia di nazionalità nigeriana (AIDIAGBONYA Beauty e OMOFOMWAN David Ewere), i due con l’ausilio di una connazionale dimorante in Nigeria l’avevano fatta giungere in Italia parecchi anni addietro (circa cinque o sette), l’avevano sottoposta (tramite la donna in Nigeria) al rito voodoo, l’avevano introdotta nel circuito della prostituzione, facendosi corrispondere periodicamente le somme “investite” nel suo viaggio e continuavano ancora a percepire somme di denaro dovute a tale titolo.

In secondo luogo, lo sviluppo delle indagini consentiva di giungere alla individuazione di una vera e propria associazione, radicata sul territorio di Catania e qui avente sede operativa, con altre sedi operative in territorio campano (Castel Volturno e Giugliano in Campania).

Le risultanze investigative mettevano in luce l’esistenza di un gruppo criminale composto da soggetti libici, ghanesi e nigeriani dedito ai trasferimenti dalla Nigeria all’Italia di migranti provenienti dall’area subsahariana, organizzazione i cui soggetti apicali (tali Hassan ed Emanuel) venivano contattati dall’Italia non solo dai due sodalizi di cui si è prima detto, ma da una moltitudine di soggetti interessati a far giungere illegalmente via mare in Italia numerosi migranti, la maggior parte dei quali di sesso femminile e nazionalità nigeriana con destinazione finale il meretricio.

Le vittime venivano sottoposte a rituali magici di vario genere per costringerle all’osservanza e all’ubbidienza ai propri sfruttatori e ciò già prima di affrontare un lungo e pericoloso viaggio che da Benin City attraverso Kanu, Agades, Sabratha, le conduceva a Tripoli per l’Imbarco.

Le giovani vittime venivano  affidate di volta in volta a soggetti chiamati “trolley” ovvero accompagnatori incaricati di assicurare che le giovani, considerate alla stregua di vera e propria merce, arrivassero a Tripoli per imbarcarsi; giunte a Tripoli venivano fatte alloggiare in strutture (dette “connection house” o “ghetti”) ove spesso venivano costrette ad iniziare il meretricio o a subire violenze sessuali, privazioni di ogni genere (dal cibo, all’acqua alle medicine) e punizioni umilianti in caso di disubbidienza alle regole imposte dal responsabile della struttura (ad, esempio, venivano picchiate e veniva loro rasato il capo).

Gli associati che in Italia attendevano l’arrivo delle ragazze commissionate curavano i contatti telefonici con le stesse tramite i “trolley” o i “connection men”, entrando in fibrillazione allorché la partenza programmata subiva ritardi coì determinando ritardi anche nella percezione dei potenziali profitti ricavabili dal meretricio delle stesse e facendo aumentare i costi del viaggio per le nuove  non preventivate spese di mantenimento in Libia.

All’arrivo in Italia, le vittime iniziavano un tirocinio unitamente alla propria madame che impartiva loro le direttive necessarie per un proficuo esercizio delle prostituzione: venivano, pertanto, indottrinate quanto ad abiti ed accessori da indossare per rendersi più “appetibili” ai potenziali clienti, quanto a cifre da richiedere e a prestazioni da eseguire, ricevendo l’assegnazione di una postazione di lavoro su strada: si avviava così un nuovo ciclo di sfruttamento a sua volta originato da un precedente sfruttamento poiché spesso l’arrivo della vittima costituiva per la madame, che a sua volta era stata anch’essa vittima di un’altra madame, l’occasione per interrompere il meretricio e programmare una vita, dei figli o l’acquisto di un immobile in Nigeria.

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