La provincia etnea sempre più "Made in China": 169 esercizi commerciali

I cinesi si sono inseriti nell'economia del territorio sfruttandone appieno le opportunità e hanno fatto di Catania il quinto polo nazionale della distribuzione made in China in Italia

Catania, sempre più "Made in China". Inizialmente c'era solamente un quartiere "China town" a ridosso della famosa "fera o' luni". Oggi, invece, le lanterne rosse hanno preso piede. Ecco che grandi megastore - che di orientale hanno ben poco- hanno aperto nelle vie più "in". Da via Gabriele D'Annunzio al Viale Vittorio Veneto. E sono affollatissimi.

Uno sviluppo che è diventato un caso studiato dal Cnel, Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro. Il risultato è una sorprendente diffusione dell’imprenditoria made in China nel tessuto economico etneo. Secondo lo studio, infatti, la quota di ditte individuali con titolare nato in un paese extra-UE sul totale delle ditte individuali a Catania è più bassa sia della media regionale che soprattutto di quella nazionale. Considerando solo i cinesi, invece, il dato catanese non solo è più elevato di quello siciliano, ma anche non molto distante da quello del resto del paese. Tuttavia, informazioni ancor più rilevanti si ottengono analizzando i settori di attività. I cinesi, infatti, sono titolari del 2,5% delle ditte individuali registrate nel commercio a Catania, mentre nell’intero territorio nazionale si fermano all’1,9%.

I cinesi si sono inseriti nell’economia del territorio sfruttandone appieno le opportunità e hanno fatto di Catania il quinto polo nazionale, dopo quelli storici di Milano e Firenze-Prato e quelli più recenti di Napoli e Roma, della distribuzione made in China in Italia. Questo ruolo strategico assunto dalla provincia
etnea è confermato non solo dal numero complessivo di esercizi commerciali, il più alto dell’isola e tra i più elevati a livello nazionale, in crescita costante da più di dieci anni a fronte della crisi attraversata dal settore in provincia, ma soprattutto dal peso assunto dalle attività all’ingrosso.

A Catania, infatti, si trovano 169 esercizi cinesi di questo tipo. Ma vediamo come avviene questa integrazione. Perchè i cinesi scelgono la nostra provincia? Secondo sempre lo studio condotto dal Cnel, 4 su 5 si trasferiscono a Catania per aprire direttamente la propria attività e quasi per tutti si tratta della prima esperienza di lavoro autonomo.

"Abbiamo provato in Germania e a Roma ma è stato difficile trovare un negozio adatto alle nostre esigenze. A Roma ne avevamo trovato uno che poteva andare bene, ma chiedevano una buona uscita troppo alta, non era conveniente. Così abbiamo deciso di venire a Catania. Noi siamo stati i primi a venire qui, dai clienti della fabbrica avevamo sentito dire che in Sicilia c’era possibilità di lavoro con le borse, a Catania abbiamo subito trovato questo negozio che andava bene", spiega Elisa che, insieme con il marito, gestisce un ingrosso di pelletteria.

Ma come sono visti dai cittadini? C'è chi abita nei quartieri più benestanti e disapprova parlando di una  "scomoda" presenza, perchè magari "declassa" la zona. " Qui dove prima c'era un bel negozio di mobili, poi, un utilissimo negozio di elettrodomestici - commenta la signora Paola residente in viale Vittorio Veneto, adesso ci sono questi grandi negozi cinesi che vendono cose a bassissimo costo e non certo di qualità. Sembra che la fiera si sia trasferita qui. Un peccato per questa zona".

C'è chi, invece, tenta di fare i conti in tasca agli imprenditori dagli occhi a mandorla. Gli immobili, infatti, che adibiscono a megastore - in queste vie dove gli affitti e i prezzi di vendita sono alle stelle - li pagano con i soldi. "Assegni poco o niente, anche perché nel loro lavoro fanno molto nero, allora con i soldi contanti chiudono il tutto. Hanno comunque un conto corrente in banca, ma per pagarsi solo la merce fatturata, poi il nero… Sono pagatori puntuali, puntualissimi. Se il catanese sa che lo devono pagare il 10 ci va il 9 e loro lo pagano".


I testimoni privilegiati che sono stati interpellati per lo studio, sottolineano come sin dall’inizio la partita fra commercianti catanesi e cinesi si giochi intorno all’acquisizione di immobili in locazione e licenze per l’esercizio del commercio su suolo pubblico nell’area del mercato cittadino: per i cinesi è facile insediarsi, perché arrivano qui, danno anche centomila euro per una bottega che a loro piace, il catanese si fa due conti, si dice “io ora sto lavorando poco, non faccio niente”.

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Lo testimonia anche un ex commerciante che, all’inizio degli anni novanta, ha ceduto il suo esercizio a una coppia di cinesi, ricavandone un buon guadagno: " Dal mio negozio in piazza Carlo Alberto avevo notato che c’erano due cinesi che avevano aperto un negozietto vicino l’Odeon, quindi fuori zona [della fiera]. La moglie di questo cinese faceva avanti indietro nel mio locale per andare in bagno. Ogni giorno passava e mi diceva: “Senti io ti do trenta milioni, tu te ne vai?”. Questa tanto ha fatto che alla fine ci è riuscita perché ogni giorno mi rompeva le scatole, ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno. Mi hanno dato una buona uscita per  comprare l’attività e io così ho ceduto il locale".

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