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Sant'Agata, il processo e gli atti del martirio

Il 5 febbraio del 251 d.C., la giovane vergine viene condannata a morte sul rogo dopo aver subito torture e supplizi, la sua unica colpa: aver rifiutato le brame di Quinziano, proconsole romano

Il contesto storico

Catania, 250 d.C. In Sicilia proconsole della provincia senatoria era Quinziano, al soglio imperiale salì appena un anno prima Gaio Messio Quinto Traiano Decio, acclamato dall'esercito dopo la sconfitta delle legioni fedeli all'imperatore Filippo l'Arabo. L'Impero romano è al culmine di quel periodo che gli storici definiscono “anarchia militare”: un contesto di instabilità politica che vide inoltre mutamenti epocali come la diffusione della nuova religione cristiana.

Le persecuzioni

Decio - che governò solamente due anni, fino alla morte avvenuta nel luglio del 251 durante la campagna contro i Goti – lanciò il suo editto di persecuzione contro i cristiani il giorno dopo la sua proclamazione: fu messa in atto una vera e propria restaurazione con l'obiettivo di ridare predominanza all'antica religione nazionale. In ogni località fu costituita un'apposita commissione, davanti alla quale ogni abitante convocato doveva compiere un gesto sacrificale e dichiarare la seguente formula: “Io sempre sacrificai agli déi e adesso alla vostra presenza in conformità a quanto prescrive l'editto, ho fatto un sacrificio della carne della vittima sacrificale”.

Quinziano e l'arresto di Agata

Gli atti del martirio restituiscono un ritratto del proconsole invaghito a tal punto della giovane Agata, che utilizzò abusivamente gli strumenti giuridici a sua disposizione per poterla concupire, tanto che – secondo i redattori delle cronache - fu proprio il fascino e la bellezza della giovane vergine la vera causa del suo martirio. “Egli venne a conoscenza della illibatezza di Agata e fece di tutto per poterla vedere”. E così, venendo respinto, “fece arrestare la serva di Dio, appunto perché nata da nobile famiglia”. Agata dopo l'arresto fu sottoposta a una sorta di custodia rieducativa, fu infatti affidata a tale Afrodisia e alle sue nove figlie “corrottissime come lo era stata la loro madre”. Fu tenuta per un mese sotto continue pressioni psicologiche per farla cedere e trascinarla nei ritrovi dionisiaci e nelle orgie allora in voga a Catania. Tentativi che non valsero a nulla: “È più facile rammollire i sassi e cambiare il ferro nella morbidezza del piombo che distogliere l'animo di questa fanciulla dall'idea cristiana – disse Afrodisia rivolgendosi a Quinziano – giorno e notte abbiamo provato a piegare il suo animo, le ho offerto gemme e ornamenti vari, palazzi e ville, ma come terra che calpesta coi piedi ella tutto disprezza”.

Il processo

Quinziano ordinò di condurla al suo tribunale e “sedendo d'ufficio” cominciò a interrogarla: “Di che condizione sei tu?” - chiese - “non solo nata libera, ma di nobile famiglia come lo attesta la mia parentela”, rispose Agata. “ E se attesti di essere libera perché mostri di essere schiava?” - ribatté - “La massima libertà sta nel dimostrare di essere servi di Cristo”, rispose ancora la giovane catanese. “E allora noi che veneriamo gli dei non abbiamo libertà?” chiese ancora, e Agata rispose: “la vostra libertà vi trascina a tanta schiavitù che non solo vi fa servi del peccato, ma anche vi sottomette ai legni e alle pietre”. “Tutto ciò che con pazze parole avrai bestemmiato – disse Quniziano - severe pene sapranno vendicarlo, ma prima di passare ai tormenti dimmi perché disprezzi la santità degli dei? Ed ella disse: “Non dire degli déi, ma piuttosto dici dei demoni, questo sono infatti le immagini che raffigurate in statue e le cui facce di gesso e di marmo ricoprite d'oro”. Quinziano dunque formula seduta stante il capo d'imputazione: vilipendio della religione dello Stato e la incrimina per lesa maestà.

Il carcere

Agata viene condotta in carcere e il giorno seguente viene riconvocata per la seconda udienza, durante la quale Quinziano le rivolge l'ultimo invito a sacrificare agli déi “se vuoi salvare – disse – la tua giovane vita”. Agata rispedì al mittente l'offerta. Ritenuto concluso il dibattimento Quinziano ordinò di procedere alle torture: lo stiramento delle membra e delle ossa sull'eculeo, la lacerazione con pettini di ferro, la scottatura con lamine infuocate e infine lo strappo della mammella. “Empio, crudele e spietato tiranno, non ti vergogni di stroncare in una donna ciò che tu stesso hai succhiato nel seno materno”. Queste furono le parole che Agata gli rivolse secondo i redattori degli atti del martirio. “In carcere dopo tre giorni, a mezzanotte, l'apostolo Pietro accompagnato da un bambino con una lanterna le appare e le risana la mammella, poi scompare lasciando il carcere inondato di luce e con i cancelli spalancati. Agata si raccoglie in estasi e si rivede sana. I detenuti le si accostano e le propongono di scappare, ma lei li ferma e li intrattiene raccontando le vicende della sua vita e del suo martirio”.

La sentenza di condanna a morte sul rogo

L'indomani mattina i carcerieri e i parenti dei detenuti diffondono la notizia dei prodigi avvenuti nella notte. La notizia arriva a Quinziano, il quale riapre il processo e riconvoca Agata in aula per la terza udienza: “Fino a quando ti farai pazza a resistere agli ordini degli invitti imperatori? Sacrifica agli déi altrimenti sarai sottoposta a gravi tormenti”. Agata lo compiange e rispose: “Come posso abbassarmi a riguardare dei feticci, voltando le spalle a Colui che mi ha risanato e ridonato la mammella?”. “Chi ti ha guarito?” - le chiese - “Cristo, il figlio di Dio” - rispose Agata – “Io confesso Cristo con le labbra e col cuore non cesso mai di invocarlo”. Queste parole furono assunte da Quinziano come auto confessione che costarono dunque alla giovane catanese la condanna “ad essere arsa viva tra cocci e carboni roventi”. “Tratta fuori dal rogo, fu riportata in carcere e deposta per terra, agonizzò per alcune ore e poi morì”: era il 5 febbraio 251.

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