Sieropositivo vince la sua battaglia, ma l'Aids rimane sempre un tabù

Dal caso del lavoratore discriminato da un'azienda ospedaliera ai numeri dei malati di Aids della provincia etnea. A Catania nel 2012 erano un centinaio i casi di nuove diagnosi di sieropositività: nel 2013 lo stesso dato si è ripresentato nei soli primi sei mesi

Discriminazione sul posto di lavoro, mista ad ignoranza e razzismo: una società che stenta a superare lo stigma del “malato di HIV”. Questa la cornice dentro la quale, ieri in conferenza stampa presso la sede Lila di Catania, si è discusso del caso di un lavoratore che, dopo aver vinto un concorso pubblico,  è stato sottoposto al test, e scoperta la sieropositività, non è stato assunto. Si tratta di un’ordinanza del giudice del tribunale del Lavoro che farà “storia” nella giurisprudenza italiana, nonostante l’adeguamento legislativo sembri la strada più “naturale” da intraprendere.

Anche se nella legge 135/90 vige il divieto assoluto di sottoporre il lavoratore al test HIV, la situazione diventa “più discutibile” quando, con una sentenza del ’94 della Corte Costituzionale, vengono stabilite delle deroghe alla regola generale.   

“Si tratta di vicende assai frequenti, e molte volte a discriminare non è solo il datore di lavoro, che intendiamo come “il privato”, ma anche lo Stato: questo succede quando il singolo dirigente o dipendente si arroga il diritto di vita e di morte che riguarda le libertà dell’individuo, quale è appunto la conservazione del posto di lavoro. La questione fa anche capire come spesso, per quanti passi avanti si facciano, nella vita quotidiana non si riesce sempre ad applicarli” dichiara l’avvocato Giorgianni, uno dei legali. 

“Il fatto che io ti chieda di fare il test HIV non può voler dire che dopo non puoi lavorare, essere discriminato o messo dentro ad un recinto: addirittura l’azienda sanitaria in questione ha impedito al nostro assistito di lavorare per due anni, facendolo aiutare dagli amici e dalla famiglia. Volevo inoltre aggiungere che lo Stato non riconosce alcun trattamento pensionistico ad una persona affetta da HIV” sottolinea Giorgianni.  “Quando mi dicono che il caso farà giurisprudenza, mi auguro che non ci siano più errori del genere, che non ci sia un datore di lavoro (nemmeno lo Stato) che possa impedire ad un individuo di lavorare; per lo più è strano che ciò avvenga in una azienda sanitaria, dove le conoscenze dovrebbero essere districate e non sarebbe stato complicato procedere con una istruttoria: questa è la situazione evidente che l’ignoranza è un fatto che riguarda tutti noi perché probabilmente dell’Aids si parla ancora come di un tabù, e a volte se ne nega anche l’esistenza, mettendo la “testa sotto la sabbia”. 

“E’ stato un onore poterci occupare di una vicenda che ha dei risvolti giuridici, ma soprattutto sociali, psicologici: il caso ci ha impegnato umanamente prima che professionalmente” sottolinea l’altro legale, l’avvocato Valentina Riolo. “Il lavoratore in questione, che nonostante la comprovata esperienza professionale, perché aveva lavorato per anni in strutture pubbliche del Nord, non ha ricevuto adeguata tutela, era vincitore di un concorso pubblico, ma al momento successivo alla sua nomina, dopo i controlli che normalmente vengono richiesti, ha dovuto subire un trattamento discriminatorio e pregiudiziale nei suoi confronti: un responsabile della struttura sanitaria ha ritenuto, senza dover fare alcun tipo di istruttoria, di presumere la sua inidoneità fisica semplicemente perché aveva appreso della sua condizione di sieropositività. Da questo è iniziato il calvario psicologico, giudiziale dell’assistito che ha trovato nei professionisti che hanno seguito la vicenda un valido supporto psicologico".

"Il lavoratore - continua l’avvocato Riolo - si era dimesso da un incarico precedente, per poter partecipare a quest’altro concorso e ha, quindi, subito anche un danno economico enorme. Questa vittoria, nonostante i tempi lunghi della giustizia e la procedura d’urgenza, è stata importante perché ha ripristinato uno stato di legalità, con soddisfazione dell’assistito che si è ritrovato nella condizione di riprendere ciò che gli era stato ingiustificatamente tolto, anche con violazioni della privacy. Quello che bisogna ribadire è che la condizione di sieropositività non può essere paragonata ad una inidoneità:  il soggetto in questione è in ottimo stato di salute, e quindi certamente idoneo a svolgere le mansioni per il quale è stato assunto. Si tratta sicuramente di un caso di giustizia che si è rivelato d’esempio, e che speriamo si ponga in un’ottica preventiva". Di fatto il lavoratore è stato assunto, ma gli è stato impedito di lavorare. 

Il professore Nigro, presidente LILA Catania, ha più volte chiarito come sia “improprio” parlare di chi è affetto da HIV come di un “malato”, considerato che non vengono discusse le capacità di lavoro fisiche e psicologiche. 

A Catania nel 2012 erano un centinaio i casi di nuove diagnosi di sieropositività: nel 2013 lo stesso dato si è ripresentato nei soli primi sei mesi (prevedendo a fine 2013, pertanto, il doppio dei soggetti rispetto all’anno precedente). “Prima esisteva un dato più tangibile, perché quando si trattava di AIDS subentrava una notifica nazionale; le cose sono andate diversamente nei casi di HIV, perché si è sempre parlato di stime. La provincia di Catania è stata la prima, sotto stimolo del dottor Cuccia, responsabile dell’ufficio di epidemiologia dell’ASP, ad aver elaborato una modalità anonima di verifica, essendo stata poi adottata anche dalla Regione che oggi  produce un documento. Di piaga sociale non dovrebbe parlarsi mai, perché il problema principale per chi è affetto da HIV è lo stigma. Quello che bisogna ribadire oggi è che bloccando la replicazione virale- e ciò è possibile con i trattamenti- non si arriva all’AIDS, poiché non vengono distrutte le cellule ed il sistema immunitario funziona".

"In secondo luogo - aggiunge il presidente LILA  - se c’è l’infezione, ma la persona è sottoposta a trattamento, la capacità di trasmissione è ridotta di più del 90%”. Il punto cruciale rimane quello di attivare delle modalità, chiamasi campagne di informazione piuttosto che di comunicazione, che convincano le persone a rischio dell’importanza di sottoporsi al test, per diminuire la capacità infettante sul territorio. 

“In Italia non si parla di educazione sanitaria, e quando succede, il merito è della sensibilità del singolo docente. Un altro ostacolo proviene dal fatto che sono sempre le Associazioni a promuovere queste campagne, procedendo innanzitutto alla raccolta dei fondi: in realtà si tratta di messaggi che dovrebbero essere dati costantemente, perché la modifica dei comportamenti avviene nel tempo: serve dire chiaramente che si deve usare il condom!” conclude il professore Nigro, che lavora al Ferrarotto ed insegna “Malattie Infettive” all’Università di Catania. 

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