Università, dagli "str...i da schiacciare" a un altro concorso per professore associato

Dopo l'inchiesta "Università Bandita", dalla quale è emerso un quadro di collusioni e concorsi pilotati, un altro caso fa discutere. Uno dei "protetti" del professore Barone di Scienze Politiche avrebbe continuato a fare carriera dentro l'ateneo

L'inchiesta "Università Bandita" ha scosso il mondo accademico catanese. A distanza di mesi dall'indagine che ha coinvolto nomi noti dell'ateneo, sono cambiati rettori e direttori di dipartimento ma si continua a parlare di concorsi e di questioni di "opportunità". A finire, nuovamente, tra le polemiche è un concorso per professore associato nel dipartimento di Scienze Politiche vinto da una delle persone che erano finite tra le intercettazioni dell'inchiesta giudiziaria. Il caso è stato sollevato da Giambattista Sciré, il ricercatore vittima di un concorso truccato proprio nell'ateneo etneo, e dalla sua associazione Trasparenza e Merito che ha denunciato pubblicamente quella che viene considerata, a loro dire, "l’ennesima surreale vicenda di scienze politiche".

Nello specifico, premettendo che l'università catanese nel caso di specie ha seguito pedissequamente la normativa vigente senza violare alcuna legge, si tratta di un concorso  per professore di seconda fascia, bandito ai sensi dell'articolo 24 della legge 240 del 2010, per il settore di Storia Contemporanea. Il concorso è stato vinto dal professore Sebastiano Granata che risultava essere l'unico partecipante.

La denuncia dell'associazione di Sciré riguarda una questione di opportunità. Il professore Granata era stato intercettato, nell'ambito della poderosa inchiesta della magistratura catanese, mentre con il direttore di dipartimento del tempo (il professore Barone) discuteva di tutti i dettagli relativi a un altro concorso: quello per ricercatore di storia contemporanea. Un concorso propedeutico rispetto alla posizione che adesso ha assunto in quanto professore associato.

Quelle intercettazioni contenevano una frase che è divenuta una dei simboli dell'inchiesta. Secondo la procura etnea quel concorso era stato "pilotato" tanto che il professore Barone, in un colloquio con lo stesso Granata, gli aveva parlato degli altri contendenti e gli aveva detto: "Vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare".

Si era quindi delineato un quadro di presunte complicità e connivenze nel mondo accademico per indirizzare l'esito della selezione pubblica. Il professore Barone, secondo le accuse, avrebbe saputo in anticipo tutti i dettagli: i concorrenti, avrebbe "creato" una commissione esaminatrice ad hoc e - secondo sempre le accuse - avrebbe anche organizzato un convegno, poi mai tenuto, per ottenere i rimborsi per le spese di viaggio, vitto e alloggio della stessa commissione. I pm hanno indagato Barone e alcuni dipendenti dell'università "per avere, con artifici e raggiri consistiti nel simulare, anche attraverso la predisposizione di una locandina, lo svolgimento sul tema "I volontari italiani in Russia durante la Grande Guerra" inducendo in errore gli uffici amministrativi dello stesso dipartimento di Scienze Politiche, confidando sull'effettivo svolgimento del convegno in realtà mai svoltosi". 

Secondo le accuse anche le modalità di stesura dei verbali sarebbero state alterate e in un'altra intercettazione il professore Barone, parlando con un membro della commissione, aveva rivelato che "il concorso è piuttosto blindato quindi possiamo essere generosi con tutti gli altri candidati nella valutazione dei loro titoli". Quel concorso per ricercatore fu vinto effettivamente dal professore Granata che poi ha ringraziato il suo direttore Barone con un messaggio riportato negli atti dell'inchiesta: "Caro prof, volevo dirle grazie perché anche ieri mi ha confermato, ancora una volta di più, non solo di essere un maestro fantastico ma anche un vero papà".

Adesso la carriera del "figlio putativo" del professore Barone avrebbe avuto uno scatto in più. Sciré commenta così: "Ferma restando la non colpevolezza fino a condanna definitiva, qui c’è un problema grande quanto una casa, un problema di etica pubblica da parte di un ateneo come quello catanese. E mi rivolgo dunque al ministero dell’università e soprattutto ai cittadini. Perché questo non è affatto un problema solamente di chi sta dentro l’università ma, evidentemente, è una questione che devono conoscere e sapere tutti. Dovremmo dire che è solo questo il mondo per diventare professori universitari o per fare qualsiasi tipo di carriera in Italia?".

Catania Today ha contattato l'ateneo per una replica sul "caso" ma, al momento, i vertici hanno preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.
 

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