Prestavano denaro a tassi usurari, nel mirino i "Fratelli Bosco": 27 arresti

Gli imprenditori nel settore della distribuzione alimentare, titolari della catena di supermercati "Fratelli Bosco" - in associazione tra loro e con Antonino Cuntrò, Mario Cuntrò e Giovanni Di Prima - prestavano denaro a tassi usurari ad imprenditori, commercianti ed artigiani

Si chiama "Money Lender" l'operazione condotta dalla questura di Catania che ha portato, nella notte, all'arresto di 27 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata all'usura ed estorsione.

La misura cautelare riguarda gli esiti di attività di indagine di tipo tecnico coordinata dalla Procura Distrettuale della Repubblica di Catania ed avviata dalla Squadra Mobile già nel 2008 nei confronti di alcuni appartenenti alla nota famiglia Bosco, imprenditori nel settore della distribuzione alimentare, titolari della catena di supermercati "Fratelli Bosco" - in associazione tra loro e con Antonino Cuntrò, Mario Cuntrò e Giovanni Di Prima - prestavano denaro a tassi usurari ad imprenditori, commercianti ed artigiani.

I NOMI DEGLI ARRESTATI

Le indagini sono state successivamente ampliate, con ulteriore attività tecnica avviata a seguito delle denunce sporte da alcuni imprenditori edili i quali avevano contratto debiti a tassi usurari ed avevano pagato interessi per diverse centinaia di migliaia di euro. 

Le investigazioni condotte nell’arco temporale 2008-2012 e protrattesi sino agli inizi dell’anno scorso - allorquando alcuni degli odierni arrestati avevano reiterato le richieste di denaro agli imprenditori che, dopo avere denunciato i fatti, avevano interrotto con essi ogni rapporto – hanno evidenziato che i tassi di interesse applicati potevano raggiungere anche la percentuale annua del 140%.

PROCURATORE SALVI: "E' STATO UN SEQUESTRO SIGNIFICATIVO PER CATANIA"

Nel corso delle indagini sono stati riscontrati 21 episodi di usura e 11 di estorsione. Altri episodi di usura non sono stati contestati per la mancata individuazione delle vittime. I prestiti pattuiti variavano da somme di 7.000 euro ad altre ben più consistenti, sino a raggiungere, in un caso, l’importo di 350.000 euro, corrisposto in più soluzioni con danaro contante e titoli.

Secondo quanto emerso dalle indagini, gli interessi venivano pagati con modalità diverse: in taluni casi la somma dovuta a titolo di interesse veniva defalcata dalla somma corrisposta - ad esempio per un prestito di 1.000 euro veniva consegnata la somma di 900 euro, pertanto l’usuraio tratteneva anticipatamente gli interessi - in altri casi, invece, gli interessi dovevano essere versati allo scadere di un periodo predeterminato - generalmente mensile.

Inoltre, le vittime dovevano ab initio accettare o la fissazione di una data certa per la restituzione della somma di danaro prestata, comprensiva di interessi, ovvero il pagamento mensile dei soli interessi fermo restando il successivo obbligo di restituzione del capitale.
Il mancato pagamento di una “rata” degli interessi determinava un ricalcolo dei medesimi mentre l’impossibilità di restituire il capitale o parte di esso dava luogo all’elaborazione di c.d. “piani di rientro”.

Le attività commerciali dei Bosco, in particolare il supermercato ubicato in via Orto dei Limoni, costituivano il centro nevralgico delle attività usurarie, sostanzialmente per tre ordini di ragioni: in questi esercizi coloro che necessitavano di prestiti erano sicuri di trovare i finanziatori; così come accertato per alcuni casi, gli assegni dati a garanzia dalle vittime di usura venivano “girati” ai fornitori dei supermercati; in taluni casi le vittime pagavano gli interessi utilizzando la carta di credito e/o bancomat nei pos dei supermercati, così come è emerso chiaramente da un’intercettazione ambientale “quegli altri 100 - mila euro, ndr - che sono fermi là che ti dà 4.000 mila euro al mese... è venuto l’ultimo giorno del mese e li ha pagati col bancomat”. Nella circostanza, Bosco Antonino aveva preteso il pagamento di 60 euro dalla vittima poiché sulla transazione avrebbe pagato la relativa commissione.

In alcune circostanze, le vittime che non riuscivano a far fronte al pagamento di interessi usurari sono stati costretti a stipulare un compromesso relativo alla cessione di immobili di loro proprietà.

Lo stesso collaboratore di giustizia Giuseppe Laudani ha chiarito che a fronte di contribuzioni economiche garantite sistematicamente dai Bosco in occasione delle festività natalizie e pasquali, gli stessi potevano beneficiare della disponibilità offerta dagli uomini del clan.
I presidi tecnici hanno consentito di rilevare numerose conversazioni: tra queste particolarmente suggestive risultavano le parole proferite da Antonino Bosco rivelatrici di una loro vicinanza ad esponenti della criminalità mafiosa “Io ho questo con Cappello, a quello con i Tigna, a quello con i Puntina e questo con i Mussi… ne ho quattro..”

Tra i destinatari della misura figurano Francesco Agnello e Antonino Buffa, entrambi dipendenti del Ministero della Giustizia cui è stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere per i reati di usura ed estorsione con l’aggravante di avere agito avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà previste dall’art.416 bis c.p. avendo fatto specifico riferimento, nel finanziare il prestito e nell’esigere le somme pattuite, all’appartenenza e/o vicinanza al clan Cursoti.

La misura della custodia cautelare in carcere è stata emessa anche nei confronti di Massimo Squillaci, appartenente all’omonima famiglia mafiosa intesa “Mattiddina”, già affiliata all’organizzazione Santapaola - Ercolano e successivamente transitata per un periodo nel clan Cappello-Bonaccorsi, al quale è stato contestato un tentativo di estorsione aggravata dall’art.7 Legge 203/91, essendosi interessato, per conto del citato Agnello, del recupero da una delle vittime  delle somme dovute a titolo di interessi.

Tra gli altri destinatari figurano anche Mirko Pompeo Casesa, appartenente alla citata organizzazione Santapaola - Ercolano, e Giuseppe Emilio Platania, appartenente al clan Piacenti - “Ceusi”, ai quali sono stati contestati i reati di usura e tentata estorsione, aggravati dall’art.7 Legge 203/91.

Nel corso delle perquisizioni domiciliari è stata sequestrata una somma complessiva, ancora in fase di inventario, ma superiore a 350.000 euro.

Fondamentale è stato il contributo della Guardia di Finanza, Nucleo di Polizia Tributaria di Catania, che ha proceduto a complessi accertamenti riguardanti il calcolo degli interessi pattuiti e pagati, rendendo concretamente possibile la puntuale contestazione delle fattispecie di usura a carico di tutti gli indagati.

Conseguentemente, i finanzieri del Comando Provinciale di Catania hanno dato esecuzione al sequestro preventivo per equivalente delle somme costituenti il profitto del reato di usura (interesse usuraio), per un valore di circa 800.000 euro, nei confronti di 20 soggetti indagati (tra i quali sei componenti della famiglia Bosco), i quali risultano avere effettuato prestiti per circa 1.500.000 di euro ad imprenditori, operanti principalmente del settore edile, applicando tassi usurai che raggiungevano anche il 140% annuo. La quantificazione degli interessi usurai corrisposti dalle persone offese è stata effettuata attraverso l’elaborazione degli elementi emersi dalle intercettazioni telefoniche, dalle dichiarazioni rilasciate dalle vittime di usura e dalla documentazione acquisita nel corso delle indagini. Il sequestro preventivo in argomento è stato effettuato attraverso il blocco delle somme giacenti sui numerosi rapporti bancari nonché attraverso il sequestro dei beni mobili ed immobili intestati e/o riconducibili agli indagati.

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Tre destinatari della misura restrittiva, per due dei quali il G.I.P. aveva disposto gli arresti domiciliari, (uno peraltro già latitante da oltre due anni) risultano irreperibili e sono attivamente ricercati. 

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