Un vulcano sottomarino al largo di Catania? La replica dell' Ingv

Al largo di Riposto, nel tratto di mare tra lo storico comune e Acicastello, ci sarebbe un vulcano esteso più di tre volte l’Etna, con un sistema di alimentazione completamente autonomo. E’ quanto sostiene il prof. Giuseppe Patanè

Al largo di Riposto, nel tratto di mare tra lo storico comune e Acicastello, ci sarebbe un vulcano esteso più di tre volte l’Etna, con un sistema di alimentazione completamente autonomo. E’ quanto sostiene il prof. Giuseppe Patanè, docente di Fisica terrestre, dopo una ricerca quadriennale condotta con i ricercatori della Facoltà di Scienze geologiche dell’Università di Catania e pubblicata sulla rivista scientifica “Elsevier“. Secondo il prof. Patanè, l’edificio vulcanico sommerso partirebbe da 500 metri sotto il livello del mare sino al piano abissale, dove si raggiungono i 2500 metri di profondità. La scoperta, avvenuta casualmente quattro anni fa attraverso un sonar acustico e approfondita attraverso l’intervento del Nucleo sommozzatori dei Vigili del fuoco di Catania, permise di osservare una storia antica di 100 mila anni e forse più, fatta di esplosioni ed eruzioni vulcaniche.

IL VULCANO – In prossimità di Riposto, si eleva una vera e propria cresta lunga chilometri che i pescatori del luogo chiamano “la secca”. Al largo, si erge un cono a forma di pandoro che potrebbe essere il prodotto di un vulcanismo tardivo; “a sud ecco invece la caldera, una depressione formatasi a seguito della demolizione di un grande apparato vulcanico – che somiglia alla Valle del Bove“, spiega Patanè. “Più a sud, abbiamo individuato una cupola allungata in direzione Est-Ovest, la cui propaggine occidentale si trova in corrispondenza di Capo Mulini, Acitrezza e Acicastello. Questa appare come il prodotto della risalita del magma dal mantello sottostante, che ha dato origine ai numerosi dicchi e alle manifestazioni vulcaniche che si possono osservare lungo la riviera acese“. Le riprese dei fondali ottenute con sofisticati robot si rivelarono straordinarie: vennero da subito riconosciute strutture a forma di “cuscino”, incrostate da depositi organogeni, immerse in una massa fangosa accumulatasi in migliaia di anni. Secondo Patanè, il sisma devastante del 1693 ebbe origini vulcaniche, una tesi avvalorata nel 2001 in occasione della crisi sismica del monti Iblei. Una crisi, che secondo il professore sarebbe stata determinata dalla risalita magmatica sotto l’Etna.

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LA REPLICA DELL’INGV – A suo tempo non mancò l’intervento dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che replicò in maniera scettica allo studio. Secondo i ricercatori dell’INGV l’unico elemento a favore della tesi era la presenza di rocce di origine vulcanica nella secca di Riposto. “Dire però che quanto osservato appartenga ad un apparato vulcanico distinto da quello etneo ne corre“, sostenne l’INGV. Secondo i ricercatori anche le ipotesi sul fronte dei grandi terremoti come quello del 1693, considerati da Patanè di origine vulcanica, avrebbero dovuto essere meglio dimostrate. Nel corso del 2009 l’Istituto Nazionale organizzò un progetto di ricerca sul fianco orientale dell’Etna per cercare di dare una risposta plausibile al dilemma, ma ad oggi non ci sono pervenute novità.

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