Crisi commercio, il centro storico della città tra i più deserti d’Italia

A lanciare l'allarme è Confesercenti che diffonde i dati sulla chiusura delle attività commerciali relative al primo bimestre 2013. Catania si qualifica al terzo posto con il 27% dei negozi chiusi

Il 2013 si avvia ad essere un anno orribile ben peggiore dello scorso secondo i dati forniti da Anama-Confesercenti, sulle imprese del commercio relative al primo bimestre 2013 e le proiezioni sul primo trimestre.

Tra i capoluoghi presi in esame il centro storico più desertificato è quello di Cagliari, con il 31% dei negozi chiusi - quasi uno su tre. Seguono Rovigo (29%), Catania (27%) e Palermo (26%). Le drammatiche percentuali sono relative ai soli centri storici, nelle periferie il fenomeno è ancora più forte.

Il dato si ricava dalle rilevazioni degli operatori locali, che sul dato globale dello stock negozi hanno stimato la percentuale di unità chiuse, ma anche dalla lettura di degli annunci e dei cartelli “affittasi”esposti nei centri cittadini.

Il fenomeno è significativo di una crisi economica che tocca le famiglie italiane ma anche le imprese e quindi i proprietari immobiliari, che vedono sfumare la redditività di un investimento immobiliare alle volte fatto per garantirsi agiatezza e tranquillità ed invece si trasforma in un onere per mancato reddito, imposte e manutenzioni, a cui dover far fronte. Per il proprietario di una bottega catanese un negozio chiuso e quindi sfitto genera una perdita di 3 mila euro mensili.

"I dati di questo primo bimestre -spiega Confesercenti- dimostrano ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, della gravità della situazione che sta attraversando il comparto del commercio al dettaglio, soprattutto quello legato a piccole e medie superfici. Per arginare la deriva, è necessario –continua  l'associazione- agire su due livelli: da un lato occorrono politiche nazionali volte alla diminuzione degli aggravi fiscali per cittadini e imprese, per favorire il rilancio dei consumi e del mercato interno; dall'altro, è necessario intervenire sui problemi particolari del settore".

Secondo  Anama-Confesercenti è necessario mettere mano al fenomeno “inventandosi” un sistema che permetta al proprietario di non disperdere risorse, in attesa di trovare il conduttore del bene e alle imprese di accedere alle strutture senza vedersi strozzare dal peso del canone annuo. Coniugare la necessità di messa a reddito degli immobili commerciali con il bisogno delle imprese di utilizzare le strutture per creare impresa e quindi occupazione ed economia.

In pratica si sta pensando ad una sorta di “canone accessibile” che sia remunerativo per il proprietario del negozio, sostenibile per il conduttore, in un impianto giuridico concordato, condiviso dalle parti nella durata, ma soprattutto garantito nella resa.

Un esercizio difficile ma che in Confesercenti si dicono ottimisti nel riuscire a dare vita ad un nuovo modo di concepire l’affitto dei negozi, che sono strumenti a favore dell’impresa per generare economia a soddisfazione del proprietario e della comunità.

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