Lavoro: a rischio 7 mila posti nei call center catanesi

Con la fine degli sgravi fiscali e delle agevolazioni è iniziato un lento trasferimento delle sedi dei call center verso località estere, economicamente più convenienti, tanto che ad oggi sarebbero circa 12.000 i posti di lavoro persi e circa 3.000 le richieste di ammortizzatori sociali

Catania è stata per anni la capitale del lavoro nei call center ma da mesi assistiamo a fenomeni ingiustificabili: licenziamenti e delocalizzazioni senza alcun controllo in paesi esteri in cui non esistono tutele sindacali e i salari sono miseri.

Inoltre, il processo di trasferire le sedi di lavoro in paesi come l’Albania, la Romania, la Croazia, la Tunisia e l’Argentina, primi al mondo per tasso di pirateria informatica, mette seriamente a rischio i dati personali sensibili e la privacy dei cittadini.

A lanciare l’allarme, riprendendo diverse denunce effettuate dalle organizzazioni sindacali, è il parlamentare catanese del Partito Democratico Giuseppe Berretta che ha rivolto una specifica interpellanza al ministero dell’Interno.

A Catania sono circa 7 mila i giovani che operano presso i call centersottolinea Berrettaa causa del basso salario, delle scarse possibilità di carriera, del bassissimo turn over, un impiego nato come occupazione di passaggio si è spesso trasformato nel lavoro di una vita. Nel comparto outbound, in cui sono gli operatori a contattare gli utenti, le condizioni dei lavoratori sono anche peggiori: i contratti più diffusi sono di 3 mesi e non superano i 300 euro mensili”.

Con la fine degli sgravi fiscali e delle agevolazioni è iniziato un lento trasferimento delle sedi dei call center verso località estere, economicamente più convenienti, tanto che ad oggi sarebbero circa 12.000 i posti di lavoro persi e circa 3.000 le richieste di ammortizzatori sociali, numeri che il prossimo anno potrebbero aumentare ulteriormente. Le destinazioni sono soprattutto paesi contraddistinti da tutele sindacali minime o inesistenti e da bassissimi salari, lo stipendio medio per un operatore in Albania sarebbe di soli 80 euro al mese.

Il trasferimento di tali attività verso l’estero ha comportato una grave crisi occupazionale, specie in città come Catania e Palermo, già fortemente segnate dalla crisi economica, ma questa pratica di delocalizzazione rischia anche di indebolire complessivamente il sistema Paese a causa del trasferimento di quantità indefinite di dati personali sensibili di cittadini (codice fiscale, dati bancari, numeri di carte di credito) in Paesi che non garantiscono un’adeguata tutela dei dati sensibili e che sono tra i primi al mondo per tasso di pirateria informatica.

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Un rischio noto alla Prefettura di Catania, che ha richiesto un parere al ministero dell’Interno da cui emergerebbe la volontà del ministero stesso di effettuare verifiche sui casi di cui la Prefettura venisse a conoscenza. Berretta ha richiesto al ministero di vigilare sul fenomeno delle delocalizzazioni affinché vengano assicurate le tutele dei dati personali dei cittadini.

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