Boxeurs allo Zo Centro Culture Contemporanee

“Boxeurs” - Regia: Monica Felloni. Il messaggio dell’ultima fatica della regista di NeonTeatro, Monica Felloni, è facilmente decriptabile. “Boxeurs” è l’elogio della nobile arte. Non del pugilato. Della vita. Della nobile arte di vivere.I pugili di “Boxeurs” siamo tutti noi. Noi col caschetto degli sparring partner. Ognuno sparring partner del prossimo, per aiutarlo negli allenamenti, per aiutarlo a crescere, a migliorare, a migliorarsi. Ognuno sparring partner della vita, del destino, anche. Siamo lì, sul ring, e pariamo i colpi, li restituiamo.

Quelli degli attori che hanno dato vita ad una performance da brividi sono i colpi efficaci dell’ironia, della riflessione, della determinazione, della coscienza di sé, del rispetto, del sorriso che deflagra potente come la commozione. Sono i colpi decisivi dell’emozione che fa vibrare le corde più sottili, sono i colpi dell’arte madre di chi non si arrende, di chi apprende che non ha motivo di arrendersi.Si congiungono i punti distanti, in “Boxeurs”. Si annienta l’isolamento; si scavano tunnel di seta rossa che annullano il senso di solitudine che avvilisce la contemporaneità. Il rosso domina la scena fin dall’inizio. Il rosso della tenacia, il rosso della passione. Rosso il tunnel, rossi i caschetti, rosso il muro che sarà sfondato nel finale dalla carrozzina di una attrice che ha l’abilità di esprimere l’infinito con la sua abilità, la sua abilità diversa e per questo così unica. Unica.

Parole e danze fluttuano nell’aria mentre sullo sfondo le videoscenografie mostrano corpi che diventato installazioni artistiche. Carrozzine sospese da chi le utilizza, chi non le utilizza diventato parte della carrozzina. Assemblaggi. Incastri. I pugili fanno volare via il caschetto e si incastrano sul palco, nello schermo. Via il caschetto, i capelli sono liberi di scuotersi, gli occhi di splendere, i sorrisi di sprigionarsi. Facciamo pare dello stesso puzzle, siamo tessere dello stesso, ricchissimo mosaico.

Basterebbe amare “Gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno” così come invita a fare Safran Foer; basterebbe ascoltarci quando si dorme, quando si sogna. Perché Dostoevskj ricordava che “Con il cielo sopra di me uomini e donne con accanto gli altri pellegrini provenienti da ogni terra di ogni colore, classe, religione alti funzionari e mendicanti tutti, ma proprio tutti russavano nella stessa lingua”. E lo facciamo ancora. E lo faremo ancora. E ancora. E ancora. Appuntamento il prossimo 6 ottobre 2017 alle ore 21.30 allo Zo Centro Culture Contemporanee.

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