Il mare dentro, la mostra fotografica di Enrico La Bianca al 2Lab

Sarà esposta fino al 23 luglio al 2Lab, in piazza Duca di Genova, la mostra fotografica "Il mare dentro" di Enrico La Bianca.

Una mostra minimalista, come il fotografo che l'ha realizzata: schivo, umile, con la meravigliosa capacità di arrossire ancora, a 61 anni, se qualcuno gli rivolge dei complimenti. "Minimalista" come numero di foto esposte, ma certamente non tale in quanto a contenuti. Esaltate dal bianco e nero, le immagini mi rimandano a considerazioni complementari e, in qualche caso, opposte.

Da un lato, la sarcastica e "terragna" stigmatizzazione dei "ritratti" di pesci, in cui l'autore sembra chiedere agli stessi "se hanno avuto una "buona morte", in osservanza a quel dettato della Comunità Europea che si preoccupa che " i pesci vengano pescati nel mare nostrum senza che abbiano troppe sofferenze", ma che, contemporaneamente gira le spalle a quelle centinaia di esseri umani che, nel mare "monstrum" trovano una morte che annienta le loro speranze, i loro sogni, dall'altro la visione di spiagge siciliane, Marzamemi, Plaja di Catania, Gela, Scoglitti, che diventano palcoscenico di vita passata, immanente o futura, in uno spaesamento tipico dell'utopia, in quanto "non luogo". Pesci ironici, come il ritratto di mezza testa di cernia, che sembra irridere l'osservatore o il "coro gregoriano" (parole del fotografo) delle sarde, davvero suggestivo. 

Molti i riferimenti , consapevoli o non, dell'autore: il gruppo di Sinti in riva al mare, sotto un gazebo, da cui una ragazza si stacca per interloquire, sorridente, con l'obiettivo, ricorda atmosfere felliniane; i pali di legno della linea elettrica e la foto con la traccia di pietre nella sabbia rimandano agli scatti di Ansel Adams, famoso fotografo americano. La dimensione metafisica è particolarmente presente negli scatti in cui si ammirano ragazzi che si trasformano in moderni angeli, con i volteggi acrobatici del parkour e che si appropriano della dimensione "aerea" dell'uomo. Particolarmente degna di nota, quella in cui un giovane si raggomitola in posizione fetale a mezz'aria, quasi stesse dormendo..........ai suoi piedi un copertone abbandonato, a rievocare il cerchio della vita. Il motivo del cerchio ricorre…anche i pesci spatola si avvolgono in cerchio: il cerchio della vita e della morte che, in fondo, della vita non è che un aspetto, l'Uroboros, l'eterno ritorno.

Il mare come dimensione dell'anima ed estensione del tempo che, finalmente, si dilata nel pensiero "lento, di intima riflessione, dentro" come dice l'autore. Foto come quadri, anzi, come sequenze della pellicola della vita,come quella in cui una serie di impronte sulla sabbia , a coppie, percorrono lo spazio da sinistra a destra , ed una serie di impronte singole, puntano verso il mare in cui quattro bagnanti ci guardano, quasi ad interrogarci , a altezze diverse, sospesi in un'atmosfera rarefatta, come quella dei quadri di Magritte. Le singole impronte, più profonde, lasciate da Dio quando prende in braccio l'uomo, che si sente abbandonato. Questa mostra apre una finestra sull'anima. Suggestiva, interrogante, assolutamente da non perdere.

Tiziana Iannotta Paternò Castello

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