Cinquantamila euro per i voti del 2008: il ruolo di Pippo Nicotra e le famiglie mafiose

L'ex parlamentare regionale, secondo quanto racconta la procura, avrebbe pagato 50mila euro agli uomini dei clan acesi per ottenere il loro appoggio durante le elezioni del 2008. Tutti i dettagli dell'inchiesta che ha scosso Acireale ed Aci Catena

Quello del 'voto di scambio politico-mafioso' è un capo d'accusa 'scivoloso', difficile da dimostrare, ma questa volta la procura avrebbe più elementi per farlo: le intercettazioni e i riscontri da parte dei collaboratori del clan Santapaola-Ercolano. L'ex parlamentare regionale, già Udc poi Pdl ed ultimamente passato nel Partito Democratico, avrebbe preso contatti con le cosche dell'acese per assicurarsi il loro appoggio per l'elezione all'Ars del 2008 e del 2012. Un fatto per il quale, come spiegano gli inquirenti, il politico avrebbe 'comprato' un pacchetto di preferenze del valore di ben "50mila euro", "da dividere per il costo classico di circa 50 euro a voto". A lui, oggi, vengono contestati i reati di voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e 'tentata estorsione aggravata'. "Ad essere acquistato - hanno spiegato i pm - è stato l'impegno dei clan per due momenti elettorali: quello del 2008 e quello del 2012. Su questa ultima tornata, tuttavia, le indagini sono ancora in corso". "Da quello che abbiamo verificato - hanno chiarito - i pagamenti avvenivano in contanti".

Le estorsioni agli imprenditori

Il coinvolgimento di Nicotra è inserito nella più ampia inchiesta 'Aquilia' che, questa mattina, ha portato all'arresto di 18 esponenti del clan Santapaola-Ercolano operativi tra Acireale ed Acicatena. Un territorio dove la presenza delle famiglie mafiose, come ha spiegato l'aggiunto Francesco Puleio, "è particolarmente capillare, più che nello stesso capoluogo etneo". L'indagine, portata avanti dall'Arma dei carabinieri, ha avuto come focus un periodo di 20 anni - dal 1997 al 2017 - ed ha accertato, oltre ai reati elettorali, anche diversi episodi di estorsioni.

"Non fatti secondari - ha chiarito il colonnello Piercarmine Sica - ma grossi casi di 'pizzo', pagato da privati titolari di esercizi commerciali come farmacie, tabacchi e panifici ma, soprattutto, da otto imprenditori che hanno versato cifre importanti per circa 15 anni. Le tangenti venivano versate due o tre volte l'anno ma si poteva optare anche per un'unica soluzione di circa 15mila euro per l'intero anno". Per l'emersione di questi particolari reati, come ha chiarito anche il procuratore Carmelo Zuccaro, fondamentale è stato il ruolo degli imprenditori che, davanti alle evidenze, hanno ammesso di aver pagato. A confessare, ha spiegato il sostituto Marco Bisogni della DDA, sono state più spesso "le seconde generazioni, i figli dei titolari".

Il commento di Demosi Catania

L'indagine e la collaborazione di Mario Vinciguerra

Il provvedimento trae origine da un’indagine, denominata “Aquilia”, condotta dal Nucleo Investigativo del comando provinciale di Catania e diretta dalla Direzione distrettuale Antimafia di Catania, dall’ottobre del 2015 al gennaio del 2018, attraverso attività tecniche e dinamiche, riscontrate dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che ha consentito di accertare lar esponsabilità degli indagati in ordine alla loro appartenenza a due “gruppi” “storici” della “famiglia” di Catania, quelli attivi ad Acireale e Aci Catena. Si parla delle organizzazioni riconducibili a Sebastiano Sciuto, detto “Nuccio Coscia”, recentemente scomparso per cause naturali. L'attività dei militari dell'Arma nasce dopo la decisione di Mario Gaetano Vinciguerra - già reggente protempore del gruppo di Aci Catena, di collaborare con la giustizia nel luglio del 201. L'uomo ha fornito un quadro aggiornato degli organigrammi dei gruppi, indicando “capi” e “soldati”, e consegnando anche un elenco dettagliato delle imprese commerciali costrette, da anni, all’imposizione del “pizzo”.

Il tentato omicidio di Mario Tornabene

Il lavoro di procura e carabinieri ha inoltre consentito di fare luce sul tentato omicidio di Mario Giuseppe Tornabene, avvenuto a Fiumefreddo il 28 agosto 2007. Secondo il racconto di due collaboratori di giustizia, Tornabene, già responsabile del gruppo di Giarre per conto della frangia acese riconducibile a Sebastiano Sciuto - e curatore degli “interessi” di quest’ultimo, attraverso la costituzione di società in diverse attività commerciali - non avrebbe rispettato gli accordi economici con lo stesso capo e, per questo, firmato la sua condanna a morte. Tant’è che il figlio di Sciuto, Stefano, insieme ad altri soggetti ancora sconosciuti, la sera del 28 agosto 2007, lungo la Via Marina di Fiumefreddo, hanno provato ad ucciderlo sparandogli tre colpi di pistola all’addome. Ma, grazie ad una fuga repentina, l'uomo riuscì miracolosamente a scappare dall'agguato.

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Armi, rapine, estorsioni

All’attività investigativa svolta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del comando provinciale si affianca, poi, una indagine parallela, svolta dai colleghi della Compagnia di Acireale e confluita nel provvedimento cautelare eseguito oggi, sul conto di altri uomini orbitanti in seno agli stessi gruppi mafiosi, chiamati a rispondere di furto, estorsione aggravata (nel settore delle auto rubate, attraverso il cosiddetto “cavallo di ritorno”) e di reati riguardanti gli stupefacenti e le armi. Dei diciotto provvedimenti emessi, infatti, tre riguardano questo tipo di illeciti penali.

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