Martedì, 3 Agosto 2021
Politica

Feasr, uno strumento di solidarietà perché nessuno resti indietro

Danzì: "È facile comprendere che uno strumento nato in nome della solidarietà non può essere governato e gestito con regole che guardano a virtù produttive e di agricoltura intensiva".

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di CataniaToday

"Le vicende degli ultimi giorni, riguardanti la redistribuzione dei fondi Feasr per il biennio di transizione 2021-2022, per quello che è l’approccio indicato dal Mipaaf all’attenzione della segreteria della conferenza Stato-Regioni, appare incomprensibile rispetto alla storia che ha portato alla ribalta internazionale questi strumenti per la pacificazione sociale prima ancora che economica. Si tratterebbe di circa 400 milioni di euro che sono in bilico e contesi da due assi: il primo, formato dalle regioni del centro-nord che, in ragion di un criterio 'oggettivo', li reclamerebbero; il secondo, dalle cosiddette '6 regioni ribelli' del sud Italia. Tra queste figura la nostra Sicilia, che rivendica il mantenimento delle vecchie regole per quelli che sono stati definiti i tempi supplementari di una partita che ha avuto inizio e fine con la programmazione 2014-2020". Lo dichiara Carmelo Danzì, Referente gruppo tematico Agricoltura Catania

"Sin dagli anni sessanta, quando è stata pensata la PAC, sono stati concepiti dei fondi di orientamento e garanzia aventi come primo obiettivo quello di recuperare i ritardi strutturali e le differenze di reddito agricolo che affliggevano alcune aree di quello che fu prima il MEC, poi la CEE e infine la UE. La tradizione europea nell’ambito delle politiche agricole ha sempre perseguito il nobile obiettivo di pareggiare le differenze economiche e sociali tra i popoli dei Paesi dell’attuale Unione Europea; non a caso si è sempre cercato di aiutare con interventi a superficie e strutturali le aziende di pregio e non certamente caratterizzate da alte produttività, dal momento che l’intervento aveva una finalità economica ma anche edonistica, per chi fruiva le stesse aree in chiave di turismo enogastronomico di tipo emozionale".

"È facile comprendere che uno strumento nato in nome della solidarietà non può essere governato e gestito con regole che guardano a virtù produttive e di agricoltura intensiva. Specie in un momento nel quale bisogna operare una programmazione dei fondi (quelli previsti per contrastare la pandemia mondiale) orientati a supportare un modello di agricoltura sostenibile, green, rigenerativa e salutistica per l’uomo e l’ambiente. Perciò appare quantomeno discordante la posizione del Mipaaf in rapporto alla direzione che i Paesi dell’eurozona hanno assunto nella pianificazione dello sviluppo rurale". "Non c’è dubbio che un anno di Covid-19 abbia messo a dura prova il sistema produttivo agricolo dell’area più sviluppata del nostro Paese, il centro-nord, ma la pandemia ha riguardato anche quella parte dell’Italia che ha da sempre fatto registrare un ritardo di sviluppo, accentuando questa asimmetria strutturale e di reddito agrario. Del resto, non si può pensare di programmare la redistribuzione delle risorse sempre a discapito della stessa area, oltretutto strategica e indispensabile per la crescita d’insieme. L’Italia non avanzerà se si lascia indietro il meridione. Le regioni del Sud rappresentano un serbatoio di biodiversità conservata, di tradizioni e metodi di lavorazione delle materie prime che fanno parte del nostro patrimonio culturale, di questo si alimentano milioni e milioni di turisti provenienti dal resto del mondo che visitando questi angoli incontaminati vogliono rivivere emozioni antiche".

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