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Domenica, 27 Novembre 2022
Scuola

Lettera di un insegnante di sostegno: “Cellulari a scuola da mettere al bando, riscoprire la vita di relazione e l'impegno”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Fabio Rao, insegnante a Scordia, alla nostra redazione: "Sembra impossibile lasciar fuori dall'aula scolastica il flusso interattivo presente in uno smartphone. Eppure il segreto per raggiungere i propri obiettivi nella vita, e nel contempo allenarsi al "sentimento di comunità" e alla sfera relazionale fra i propri pari-età, è stare alla larga dalle armi di 'distrazione di massa' come i telefonini

Va salvaguardato nei nostri sistemi educativi il “sentimento di comunità”, per dirla con la scrittrice e femminista afroamericana Bell Hooks, va evitato cioè il pericolo della perdita di un sentimento di “vicinanza con il mondo”, così come non va accolta la paura della differenza, che ci separa dagli altri. Già a partire dal “pianeta scuola”. Per riscoprire, assieme agli alunni-internauti, che c'è vita oltre lo smartphone. C'è da mettere “al bando” i preziosi e costosi telefoni cellulari a scuola. In favore di una vita reale, concreta, faccia-a-faccia da trascorrere per alcune ore fra i banchi in mezzo ai coetanei, in classe e durante la ricreazione; in favore di una qualche pausa dal mondo “multitasking” dei cellulari, sempre in Rete, al fine di semplificare ed allenarsi alla vita relazionale fra i propri pari età, senza armi di “distrazione di massa”. Come dice Massimo Gramellini sul “Corriere” dello scorso 14 settembre, “l'esigenza di mettere la testa, gli occhi e il cuore, su una cosa sola alla volta”, ha dettato al rettore del liceo Malpighi di Bologna, la disposizione che “studenti e professori posino l'arnese all'ingresso del liceo da lei governato” e “lo ritirino soltanto alla fine delle lezioni”. Ammutinamento nella scuola? Nient'affatto, tutto accettato di buon grado, trattandosi di “un meraviglioso regalo che lei stava facendo a tutti”, donando la libertà “di ascoltare con la mente sgombra le parole degli insegnanti”.

Al bando i cellulari. Non che si possano utilizzare in classe i telefonini, sia chiaro: la normativa prevede già - come da direttiva del 15 marzo 2007 del ministero dell’Istruzione - “la sussistenza di un dovere specifico, per ciascuno studente, di non utilizzare il telefono cellulare, o altri dispositivi elettronici, durante lo svolgimento delle attività didattiche”, ma in maniera più radicale e semplicemente, andrebbe riscoperto a partire già dai banchi della scuola dell'obbligo il piacere di vivere una vita di relazione “analogica”, fatta di strette di mani o di conversazioni “in presenza” fra compagni e non più mettere le ali ad un'esistenza virtuale e digitale grazie, o a causa, di un dispositivo oramai assurto ad “appendice” del braccio umano, della nuova generazione dei Millennials. Stiamo parlando di sua eccellenza lo smartphone.

80 milioni di dispositivi. Con più smartphone in Italia che abitanti - il rapporto è di circa 80 milioni di apparecchi su 60 milioni di abitanti -, sappiamo che i pericoli di un utilizzo eccessivo di questi preziosi gingilli iper-tecnologici sono quelli che vanno dalla carente socialità a scuola o nei fine-settimana con gli amici, alla poca concentrazione nello svolgere i compiti assegnati in classe o per casa. Come ha sottolineato la rettrice-coraggio, Elena Ugolini della Malpighi di Bologna, vietando i cellulari in classe in accordo con il collegio dei docenti ad inizio d'Anno scolastico, “è uno spettacolo vedere che finalmente non ci sono 530 ragazzi con gli occhi piegati sui loro smartphone a mandare dei messaggi o vedere Tik-Tok”, non riuscendo così a vivere “l'esperienza della bellezza degli sguardi e del vivere insieme”, ma la sorpresa è ammirare “530 ragazzi che parlano tra loro, fanno merenda, si raccontano che cosa è accaduto nelle ore prima”.

Vite ibride dei ragazzi. C'è anche chi, però, come Ivo Stefano Germano dalle pagine del “Corriere di Bologna” (del 15 settembre) parla di “protesi esistenziale” quasi irrinunciabile, in riferimento ai telefonini croce e delizia di docenti e discenti, sempre più iperconnessi, in un mondo in cui: “Tutto ormai è vincolato, correlato, fruito”, senza un'intermediazione, “quasi che le vite ibride di ragazze e ragazzi non dovessero esistere per cinque ore”. Sembra che non si possa cioè inseguire purtroppo il sogno romantico, isolato ed eroico di un rettore di liceo, che tenta di tener lontano dall'aula scolastica il cellulare, perché è forse - per dirla sempre con Ivo Stefano Germano - “Tecnicamente impossibile lasciare fuori dall'aula il flusso transmediale, interattivo, relazionale presente in uno smartphone”. Sembra quindi che non si possa estromettere dalla porta dell'aula scolastica l'era digitale, col suo mondo virtuale tascabile del telefonino da tenere in pugno.

Manca lo spirito civico. Eppure sembra che stare tutto il giorno al cellulare, non aiuti di certo l'apprendimento di competenze e conoscenze, per usare un eufemismo. Come ha ben scritto il giornalista Ernesto Galli della Loggia, sul “Corriere” dell'8 marzo 2015: “Che cosa è diventata negli anni la scuola italiana lo si capisce dunque guardando all'Italia di oggi. Un Paese che non legge un libro, ma ha il record dei cellulari” e “dove sono prassi abituale tutti i comportamenti che denotano mancanza di spirito civico”. L'Istruzione in altre parole, non dovrà servire solamente a soddisfare la ricerca di figure professionali adeguate e funzionali ad un mercato del lavoro sempre più esigente, sempre più tecnologicamente avanzato, a beneficio delle nostre aziende e in accordo coi “valori dell'impresa”. Ancòra Galli della Loggia: la scuola dovrà essere “non solo un luogo in cui si apprendono nozioni”, bensì “dove intorno ad alcuni orientamenti culturali di base si formano dei caratteri, delle personalità; dove si costruisce un atteggiamento complessivo nei confronti del mondo”. Infine, altra considerazione dello storico ed editorialista del “Corriere”, “Si illude chi crede” che a tutto si rimedia solo adottando qualunque materia di studio che “abbia il sapore della modernità”, ”inzeppandone i curriculum scolastici a continuo discapito di materie fondamentali come la letteratura, le scienze, la storia, la matematica”. “Con il bel risultato finale”, “che oggi giungono in gran numero all'università (all'università!) studenti incapaci di scrivere in italiano senza errori di ortografia o di riassumere correttamente la pagina di un testo”. Viceversa, a questa deriva di rischio analfabetismo di ritorno, “si rimedia con la cultura, con un progetto educativo articolato in contenuti culturali mirati a valori etico-politici di cui l'intero ciclo scolastico sappia farsi carico”.

Alunni più attenti. La drastica soluzione e la ricetta per invertire la tendenza alla “dipendenza da smartphone”, al declino della concentrazione sul testo scritto degli studenti a scuola e a casa, come già rilevato in precedenza per il liceo Malpighi di Bologna, è stata il vietare l'impiego dei cellulari in classe per tutto il tempo delle lezioni. Scrive Ilaria Venturi su “la Repubblica” dello scorso 19 settembre, sul ritiro dei telefonini nel tempo-scuola: “Alle medie la consegna dei cellulari è diffusa, alle superiori si procede in ordine sparso”. “E ciclicamente il dilemma si ripropone: spegnere del tutto lo smartphone a scuola o insegnare a usarlo in modo corretto?”.

Il preside contrario. “Ci siamo accorti che è impossibile chiedere ai ragazzi un distacco dallo smartphone” spiega su “Repubblica” il preside del “Malpighi” Marco Ferrari, “così ci siamo assunti la responsabilità non di negare loro qualcosa, ma di fare loro un regalo di libertà”, cioè: “permetti loro di riguadagnare l'attenzione e la concentrazione al lavoro in classe, di ritrovare lo sguardo degli altri, il compagno o il docente. Questo è educare”.

Forza di volontà. In sintesi, la novità tecnologica non è in tutti i casi solo sinonimo di progresso, di salto in avanti. La ricetta per riuscire nella vita, resta la stessa. Non ci sono scorciatoie facili. Crescere bene equivale, oggi come ieri, a diventar bravi a scuola, attraverso un costante impegno e diligente dedizione, col sudore della fronte in mezzo a libri ed a manuali rigorosamente cartacei, agli appunti presi mentre l'insegnante spiega alla lavagna - meglio se in nero “vintage” grafite -, su fogli ordinati di quadernone, con l'ausilio di penna a sfera e in compagnia di un buon solido dizionario di lingua italiana, il tutto nel tentativo di sviluppare sia quel bagaglio di conoscenze che serviranno nella vita e nel lavoro, sia le tanto declamate e imprescindibili abilità e competenze, meglio se orientate a valori e princìpi sani, sviluppati sugli autori classici.

Libro Cuore. Il segreto, quello vero, per raggiungere i propri obiettivi, “analogici”? Si chiama volontà, meglio nota come l'oramai rottamata “forza di volontà”. Dal libro “Cuore” di De Amicis, si estrae un'immortale “pepita d'oro”: ovvero un illuminante capitoletto che s'intitola “La Volontà”. Eccone qui di sèguito un breve stralcio. “C’è Stardi, nella mia classe”. “Questa mattina ci furono due avvenimenti alla scuola”: “Stardi che ebbe la seconda medaglia. Stardi, primo della classe dopo Derossi! Tutti ne rimasero maravigliati. Chi l’avrebbe mai detto, in ottobre, quando suo padre lo condusse a scuola rinfagottato in quel cappottone verde, e disse al maestro, in faccia a tutti: - Ci abbia molta pazienza perché è molto duro di comprendonio! - Tutti gli davan della testa di legno da principio. Ma egli disse: - O schiatto, o riesco, - e si mise per morto a studiare, di giorno, di notte, a casa, in iscuola, a passeggio, coi denti stretti e coi pugni chiusi, paziente come un bove, ostinato come un mulo, e così, a furia di pestare, non curando le canzonature e tirando calci ai disturbatori, è passato innanzi agli altri, quel testone. Non capiva un’acca di aritmetica, empiva di spropositi la composizione, non riesciva a tener a mente un periodo, e ora risolve i problemi, scrive corretto e canta la lezione come un artista”.

L'alunno Stardi. “Egli studia perfin nei brani di giornale e negli avvisi dei teatri, e ogni volta che ha dieci soldi si compera un libro: s’è già messo insieme una piccola biblioteca, e in un momento di buon umore si lasciò scappar di bocca che mi condurrà a casa a vederla. Non parla a nessuno, non gioca con nessuno, è sempre lì al banco coi pugni alle tempie, fermo come un masso, a sentire il maestro. Quanto deve aver faticato, povero Stardi! Il maestro glielo disse questa mattina, benché fosse impaziente e di malumore, quando diede le medaglie: - Bravo Stardi; chi la dura la vince”.

Fabio Rao, insegnante all'I.C.S. "Giovanni Verga" di Scordia

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