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Lunedì, 16 Maggio 2022
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C'era una volta il Calcio Catania, cronaca di un danno sportivo ed economico per un'intera città

Il cammino del Catania si è fermato lo scorso 9 aprile. Rabbia e amarezza pervadono la città ancora frastornata dal fallimento del club etneo. Di chi sono le colpe? Cosa si poteva fare di più e adesso come ripartire? Sono queste alcune delle domande che attanagliano i pensieri dei tifosi

Il Calcio Catania non esiste più. Una storia lunga 76 anni, dal celebre “Clamoroso al Cibali” del 1961, agli anni del presidentissimo Massimino. Dalle "stelle alle stalle” dell’era Pulvirenti che ha abbracciato le due decadi di questo secolo, fino alla controversa gestione della Sigi che ha portato all’inesorabile declino culminato con la fine del club rossoazzurro.

La squadra era già fallita lo scorso dicembre ma il Tribunale di Catania, per tentare di non far finire la storia calcistica della città, aveva nominato dei curatori fallimentari incaricati di vendere almeno il ramo sportivo della società e consentire dunque che il calcio professionistico non finisse. Andati deserti i primi due bandi, l'11 febbraio e il 4 marzo, l'unica offerta d'acquisto era arrivata dalla società Fc Catania 1946, con a capo l’imprenditore Benedetto Mancini, al terzo tentativo, quello del 15 marzo. Quel giorno l'imprenditore aveva depositato 125mila dei 500mila euro richiesti e il tribunale fallimentare aveva prorogato ulteriormente l'esercizio provvisorio fino al 19 aprile per permettere la cessione definitiva della società. Ma Mancini, nonostante il deposito di un assegno di 200 mila euro al notaio che avrebbe dovuto redigere l'atto, non ha mai coperto l’importo minimo fissato dal tribunale fallimentare, che era di mezzo milione di euro. Fine dei giochi.

Lo scorso 9 aprile il Tribunale ha disposto “la cessazione dell'esercizio provvisorio del ramo caratteristico di azienda calcistica”. Una lunga agonia per una morte annunciata, che lascia nel cuore dei tifosi tanta rabbia e amarezza e infligge un altro colpo doloroso ad una città già provata da problematiche amministrative e sociali. Il calcio a Catania, con una nuova società e una nuova proprietà, ripartirà dai dilettanti. L’assegnazione del titolo sportivo spetterà per ruolo e competenza al sindaco della città. Si poteva salvare il Catania? Di chi sono le responsabilità di questo fallimento? E che succederà adesso? Sono queste le domande che attanagliano gli i sostenitori rossozzurri, che oggi più si stringono attorno al detto “Melior de cinere surgo”. Per provare a rispondere a queste domande abbiamo intervistato l’ex presidente Gianluca Astorina, il professore Rosario Faraci, docente di Economia e gestione delle imprese all’Università di Catania e Armando Pantanelli, ex portiere del club rossoazzurro negli anni che portarono all’ultima promozione nella massima serie, era il 2006.

“Tacopina il più grande rammarico”

“Verrebbe facile dire che le responsabilità appartengono a Pulvirenti, Lo Monaco o Sigi, ma io credo che il rammarico più grande sia stato non cedere a Tacopina. L’ho coinvolto solo quindici giorni prima del bando, l’avessimo coinvolto prima, oggi non staremmo a parlare di fallimento, ma è saltato tutto”. Con queste parole, Gianluca Astorina, ex amministratore unico del Calcio Catania, esprime grande amarezza per quella che poteva rappresentare una reale salvezza per il club etneo e punta il dito contro Benedetto Mancini, contro il quale non ha mai nascosto in passato di nutrire qualche perplessità: “La poca fiducia in Mancini nasce dal fatto che al di là delle cronache delle ultime settimane, Mancini fu coinvolto per la prima volta già a dicembre, ha avuto tanto tempo per preparare il tutto ma non lo ha fatto, e alla fine, dopo tutti gli errori commessi, ha lasciato il cerino in mano ai curatori fallimentari. Ma si doveva capire dalla grottesca storia della pec sbagliata che c’era qualcosa di strano, quello fu un chiaro segnale”. Semplice ingenuità, forse? “No, non credo proprio…” risponde in maniera netta, Astorina. Rammarico, tristezza e un pensiero soprattutto per chi, in tutti questi anni, ha lavorato con impegno e passione nella famiglia del Catania: Carmelo Milazzo, Pippo Franchina, Giorgio Borboni, Angelo Scaltriti, Gaetano Sapuppo, Mario Marino: “A loro va il mio pensiero e la mia gratitudine”. In ultima battuta Astorina pone l’accento e un invito alla riflessione sul sistema calcio italiano, soprattutto per quanto concerne le categorie inferiori che ogni anno vede società impantanarsi per poi scomparire nei meandri del dilettantismo: “Gli imprenditori spesso sono scoraggiati dalle condizioni debitorie in cui navigano alcune società, ma ci sono sicuramente anche altre valutazioni da prendere in considerazione. Le sabbie mobili della Serie C, ad esempio: questa è una categoria per quei presidenti che hanno aziende floride, perché sono esclusivamente soldi a perdere. Non ci sono incassi, diritti televisivi e altri tipi di introiti. Sono necessarie delle leggi che facilitino e aiutino le società delle serie inferiori. Va rivisto tutto a tutti i livelli, perché tra costi di gestione, tra stipendi e percentuali ai procuratori, ci sono costi elevati che diventano molto spesso insostenibili”.

Impatto socio-economico devastante

La riflessione di Astorina sul sistema calcio offrono un assist per l’analisi del professore Rosario Faraci, su quelli che sono stati gli errori che hanno portato al fallimento, cosa questo comporta anche in termini economici e sociali per l’intera città e in quali non bisogna più inciampare per dare vita ad un nuovo progetto sportivo, che non ruoti solamente attorno al Catania ma abbracci tutta la città: “Ho condiviso con studentesse e studenti frequentanti il mio corso di principi di management la vicenda del Calcio Catania. Per come è finita la storia del Catania, non è certamente un buon esempio di pianificazione, organizzazione, leadership e controllo delle attività aziendali, secondo l’accezione ricorrente che si dà al management. Se da un lato ciò è evidente agli occhi di tutti con tanti grossolani errori societari commessi nelle battute finali di questa triste storia, dall’altro sarebbe molto riduttivo derubricare l’intera faccenda soltanto con una negativa valutazione esclusivamente aziendale degli accadimenti degli ultimi tempi".

“Mi fa notare lo studente Matteo Catania - aggiunge Faraci - che il calcio, nella nostra città, non sarà mai solo sport. Ma non potrà essere nemmeno soltanto business. Trovare il bilanciamento fra i due aspetti, sport e business, richiede capacità e competenze di livello superiore. E non bastano solo buoni proprietari, disponibili ad investire quattrini, occorrono anche validi manager.

Ricordo che dieci anni fa invitai nel mio corso Sergio Gasparin, allora direttore generale e amministratore delegato del Calcio Catania, e tutti avemmo la percezione di trovarci di fronte ad un vero manager dello sport con idee e progetti. Non stavamo chiacchierando con un amabile patron che, come tanti, dal calcio otteneva visibilità e consensi. Ma la stagione di Gasparin a Catania fu brevissima. Pertanto, agli imprenditori che verranno dopo sarà dato l’onore ma soprattutto l’onere di fare i conti con un business dalle grandi potenzialità ma che richiede l’accountability, cioè capacità di dar conto continuamente ad una realtà (i tifosi e la città) che adesso è stanca, è sempre pretenziosa e rimane in attesa dei palcoscenici che giustamente le competono. Catania e il popolo dei suoi tifosi sono esigenti. Sarà forse questo il motivo per il quale è difficile creare interesse attorno al calcio a Catania, si interroga Matteo? E non ha tutti i torti. In effetti, se guardiamo in giro le vicende societarie di altre squadre di calcio, soprattutto nelle serie minori, troviamo analoghi casi in cui imprenditori, anche locali, hanno preso in mano le redini societarie della squadra cittadina con tanto entusiasmo ma poi non ce l’hanno fatta e hanno gettato la spugna anzitempo”.

Mal comune mezzo gaudio dunque? “Ci vuole progettualità, non si può più improvvisare, facendo leva esclusivamente sui sentimenti di attaccamento alla maglia e ai colori sociali. Lo sport sta cambiando e dunque da modelli imprenditoriali si deve passare a quelli manageriali per la gestione delle attività sportive. Infatti in serie A, ma anche nella serie cadetta, stanno emergendo nuovi assetti proprietari delle società calcistiche profondamente diversi dal modello della proprietà unica dei patron, come lo erano in passato imprenditori del calibro di Costantino Rozzi, Angelo Massimino o Renzino Barbera che però, a differenza di quelli attuali, erano quasi mecenati e ci rimettevano anche di tasca propria pur di tenere alto il vessillo della squadra e della città. Ora ci sono investitori stranieri, fondi di private equity, coalizioni di più azionisti che definiscono un progetto intorno alla squadra, ma coinvolgendo pure la città, il territorio circostante, le attività economiche e ovviamente i tifosi. Il progetto tocca ai manager portarlo avanti”.

Adesso ci si lecca le ferite perché l’epilogo della vicenda del Calcio Catania è assai triste, ma a preoccupare è anche l’impatto socio-economico che questo fallimento causerà. “Fa notare Mattia Distefano, un altro studente del mio corso, che l’impatto socio-economico del fallimento è devastante, soprattutto in termini occupazionali. Lui che frequenta lo stadio Massimino da sempre sa che perderanno il lavoro fotografi, giardinieri, i titolari dei piccoli chioschi all'interno che durante la pausa vendevano bevande e acque, gli addetti all'impianto, gli steward. Per non parlare di Torre del Grifo che sarà desolata: il personale che si occupava della squadra sarà anch'esso presumibilmente licenziato; il vivaio rossazzurro non esisterà più e i giovani calciatori saranno costretti ad affiliarsi ad altre squadre magari controvoglia poiché affezionati alla maglia. Ricominciare da zero sarà dura e, per i primi tempi, non è detto che sostenere la squadra sia economicamente conveniente perché, a fronte di costi certi, i ricavi aziendali saranno più aleatori e anche quantitativamente più modesti se la gente non tornerà a riempire lo stadio. Con l’indotto se ne andranno anche tante esternalità positive generate finora dal calcio a vantaggio della intera città. Per ripartire, dunque, ci vuole un progetto societario serio che metta in conto investimenti in grado di riportare presto il nuovo club nelle serie maggiori e, soltanto quando quel risultato sportivo sarà conseguito, bisognerà trovarsi in condizioni di avviare un altro progetto, di livello superiore, che sia finalmente capace di consolidare la dimensione del business con quella dello sport. Senza commettere più errori grossolani”.

“Giustizia farà il suo corso”

Armando Pantanelli ha fatto parte del Catania nell'ultima stagione all'interno dello staff tecnico, vivendo dall’interno tutta la vicenda: “Siamo arrivati al 9 aprile sperando di riuscire ad arrivare fino in fondo, perché soprattutto i tifosi si meritavano di arrivare in fondo ad una stagione dove sia la squadra che lo staff avevano dato tutto lavorando sempre con grande professionalità e passione ma purtroppo ci hanno tolto quest’ultima gioia”. Pantanelli pone fiducia nella giustizia per fare luce su chi ha davvero portato ad un punto di ritorno: “Gli errori sono stati tantissimi e le responsabilità sono da condividere tra tante persone. Sarà la magistratura a chiarire chi abbia realmente le colpe di questo triste epilogo”. Dalla serie A al fallimento in meno di 20 anni, una parabola discendente che ha scoraggiato anche la città: “Da quando sono arrivato è cambiato tanto, Pulvirenti aveva grande disponibilità economiche e grande passione. Negli ultimi anni ci si è allontanati troppo dalla squadra, passare dalla A alla C è stato difficile anche in termini economici”. Si dovrebbe ripartire dalla D, e Pantanelli non ha dubbi su una nuova scalata per tornare ai vertici: “Sarà dura ma è un dovere ripartire, sarà più semplice farlo a Catania che altrove. L’importante è avere un progetto serio, da persone che amano Catania e il Catania. Non ho dubbi, torneremo dove meritiamo di stare”.

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